Brevi considerazioni. ‘Cattocomunismo’, De Gasperi, Marcuse e il ‘68. Di Federico Gatti.

Alcide de Gasperi

Elezioni politiche del 1948. Italia.La Democrazia Cristiana e il Partito Comunista che non passa. Perché non passa? E’ stata realmente la DC con a capo il suo leader a fare muro contro il pericolo rosso? Alcide De Gasperi (1881-1954) fu l’uomo politico che la dottrina sociale della Chiesa l’avrebbe cancellata con un solo tratto di penna ritenendo antistorico il corpo dottrinale che il cattolicesimo portava avanti dalla Rerum Novarum in poi. Il vero protagonista di quelle elezioni fu in realtà Luigi Gedda (1902-2000), esecutore diretto della volontà di Papa Pio XII e promotore dei Comitati Civici.L’intento di Gedda non era tanto quello di sostituire la Dc con un altro partito di ispirazione cattolica bensì quello di dare uno scossone all’ambiente democristiano, sempre più tendente all’accettazione di una vittoria inesorabile del comunismo e propenso ad un avvicinamento di ideali con la sinistra laicista. Quell’avvicinamento che in effetti, complice De Gasperi, tese sempre più ad insinuarsi tra le pieghe della cultura e della politica italiana infettando le menti del popolo col virus cattocomunista. Una visione della società, ancora oggi monopolista della morale, che nasce quindi da un compromesso ossimorico fatto digerire come perfetta sintesi di uguaglianza e solidarietà sociale. Nella realtà ci siamo trovati di fronte, da un lato, allo smantellamento del socialismo scientifico privando il marxismo dei suoi contenuti messianico secolari, e dall’altro lato allo snaturamento del cattolicesimo, accantonando il Logos per fare spazio ad un buonismo caritatevole smembrato della sua essenza escatologico spirituale. Dunque, facendo un po’ di chiarezza, il risultato è stata una lenta e progressiva preparazione al ’68. Una rivolta antinomista che ha avuto poco a che fare con la dittatura del proletariato, piuttosto una certa dittatura del pensiero debole, una dittatura dell’uguaglianza e dell’appiattimento culturale piegato su se stesso, più conformista del conformismo dei padri. Una rivolta che non è certo partita dal basso e che trova in Europa le sue radici nella scuola di Francoforte, ovvero quel nucleo di intellettuali e filosofi che, dalla metà degli anni venti , operarono uno sviluppo critico del marxismo attualizzandolo con altre discipline come la psicoanalisi e la sociologia.Herbert Marcuse (1898-1979) ne fu uno dei massimi esponenti,  nonché il principale profeta del primato del piacere individuale sul “principio della prestazione”; l’impiego di tutte le energie dell’uomo per scopi produttivi genera in sé le condizioni per un superamento di ciò verso una civiltà dell’eros e di un lavoro inteso come attività creatrice.Secondo il filosofo tedesco, la repressione dell’uomo nasce oltre che come conseguenza dei ruoli e dei fini che la società si aspetta dall’individuo, anche dal ruolo della famiglia patriarcale e dalla “gabbia di genere” in ambito sessuale.Come si evince dal pensiero di Marcuse la diatriba è dunque tutta interna ad una visione strettamente materialista; l’utopia di generare una nuova società costituita da uomini liberi e solidali fondata sul principio del piacere, si è imbattuta nello scoglio inevitabile dell’egoismo umano. Atomizzata e de-cristianizzata, la generazione del ’68 ha incanalato il naturale slancio metafisico e il bisogno di trascendenza, in controversi spiritualismi orientaleggianti e in sciamanesimo fai-da-te. Inevitabile il nulla ha trovato terreno fertile per fecondare dissoluzione. Dopo avere ucciso il padre, e smantellate le colonne della Tradizione, lo spettro nichilista ha preso per mano i suoi figli perduti, donando loro orizzonti di paradisi artificiali sotto la mano benedicente del capitalismo globalizzatore, burattinaio di menti offuscate.

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