Una pagina di storia dimenticata. La Resistenza anticomunista in Romania dopo il 1945. Di Alberto Rosselli.

Partigiani anticomunisti romeni (1947).

Poco fino ad oggi è stato scritto sull’attività di resistenza dei movimenti anticomunisti e antisovietici operanti in Europa Orientale all’indomani della fine del Secondo Conflitto Mondiale. Anche se con la caduta del Muro di Berlino dagli archivi dei servizi segreti sovietici e dell’ex Patto di Varsavia è venuta alla luce una notevole quantità di documenti in proposito. Prove che attestano che, tra il 1944 e la fine degli anni Cinquanta, decine di migliaia di ucraini, polacchi, lettoni, estoni, lituani e romeni tentarono, nonostante il loro quasi totale isolamento dal mondo libero, di ribellarsi con le armi alle dittature d’oltre cortina.

Nel settembre del 1944, allorquando le armate sovietiche occuparono la Romania abbattendo il regime del maresciallo Ion Victor Antonescu, alcuni reparti dell’esercito regolare romeno decisero di darsi alla macchia e proseguire la guerriglia contro i russi. Di pari passo con l’inasprirsi dei processi e delle esecuzioni sommarie ordinati dai commissari sovietici contro migliaia di ufficiali e soldati del vecchio esercito nazionale e con il progressivo instaurarsi del duro regime marxista del Fronte Nazionale Democratico di Petru Groza, i gruppi partigiani iniziarono a moltiplicarsi, accogliendo nelle proprie file molti civili di variegata estrazione sociale. All’inizio di gennaio del 1945, in Transilvania iniziarono a formarsi anche diversi nuclei composti da appartenenti alla folta minoranza etnica ungherese e tedesca. Quest’ultima, addirittura, riuscì a ricevere qualche modesto aiuto dalla stessa Germania nell’ambito della “Fallschirmschpringer-Aktion”: un’operazione aerea segreta nel corso della quale, per qualche mese, apparecchi della Luftwaffe paracadutarono nella regione rifornimenti, armi, munizioni e un certo numero di militari della FAK (Front Aufklarungs Kommando): un corpo speciale che, in precedenza, tra il 1942 e il 1944, aveva già sostenuto i guerriglieri nazionalisti e antisovietici in Cecenia e in Azerbaigian.. Nel dicembre 1947, dopo l’abdicazione di re Michele I e la proclamazione della Repubblica Popolare Rumena, il governo di Bucarest intensificò la sua spietata politica di annientamento dei dissidenti politici, delle congregazioni religiose e delle minoranze etniche del Paese, avviando nel contempo un processo di collettivizzazione forzata dei terreni agricoli che portò al sequestro di tutti gli appezzamenti e all’arresto e all’eliminazione fisica di non meno di 85.000 contadini. Violenze, queste, che indussero diverse migliaia tra semplici braccianti e piccoli e medi proprietari ad aderire al movimento partigiano anticomunista. che, grazie al sostegno di gran parte della popolazione contadina, riuscì a fare fronte ai massicci rastrellamenti e alle frequenti offensive condotte e dall’esercito regolare e dalla Securitate (la polizia politica romena) addirittura fino al 1960, anno in cui gli ultimi combattenti deposero le armi.

Stando proprio alla documentazione fornita dal CNSAS (Centro di Documentazione della ex Securitate), tra il 1948 e il 1960, risulta che in Romania operassero 1.196 gruppi ribelli composti ognuno da un minimo di 10 ad un massimo di 100 uomini (nel 1949, sulle montagne della Vrancea, fu attivo il gruppo più folto, composto da circa 300 unità) equipaggiati in buona misura con armi di fabbricazione romena e tedesca. Sempre secondo la medesima fonte è stato calcolato che, tra il 1948 e il 1960, in Romania presero parte ai combattimenti 10/12.000 uomini supportati da almeno 45/50.000 ausiliari. Nel corso della lunga, sanguinosa lotta ingaggiata dai ribelli contro il regime marxista (lotta che costò la vita a ben 10.000 partigiani), si misero in evidenza alcuni comandanti, come il generale Ion Gavrilă-Ogoranu che, tra il 1948 e il 1956, con i suoi reparti effettuò moltissime azioni nelle montagne del Făgăraş, venendo catturato soltanto nel 1976; Gheorghe Arsenescu che fece altrettanto nella porzione meridionale del Făgăraş fino al 1952, quando scomparve misteriosamente. Nel 1959, Arsenescu e la sua banda ricomparvero improvvisamente, ma appena un anno dopo il leader partigiano venne catturato dalle forze governative e condotto nella prigione di Campulung Muscel dove fu costretto a suicidarsi. Un altro famoso capo ribelle fu Dumitru Moldoveanu che, dopo avere compiuto con la sua banda decine di attacchi e attentati a colonne, caserme e posti di polizia, nel 1956 cadde in un’imboscata tesa da un reparto della Securitate. Imprigionato, Moldoveanu fu sottoposto ad atroci torture ed infine strangolarono con del filo di ferro. Sempre secondo il CNSAS, nell’inverno del 1958, in Transilvania, cinquanta patrioti furono circondato dai reparti speciali comunisti e costretti alla resa dopo un breve ma violento combattimento. I superstiti, assieme a 300 contadini di un vicino villaggio, accusati di avere dato loro rifugio, furono tutti fucilati e i loro corpi cosparsi di benzina e bruciati in una chiesa. Concludiamo con la storia di una donna straordinaria, Elisabeta Rizea, una partigiana (morta il 6 settembre 2003, alla venerabile età di 91 anni) diventata l’eroina dell’intero movimento resistenziale. Unitasi ai ribelli nel 1945, la Rizea trascorse quattro anni sui monti, svolgendo diverse mansioni di supporto ed operando come staffetta. Catturata dalla polizia nel 1949 e condannata a sette anni di prigione, la donna venne sottoposta ad ogni sorta di violenza fisica e psicologica. E nel 1961, senza alcun apparente motivo il tribunale di Bucarest le affibbiò una seconda condanna a 25 anni di carcere duro. Fortunatamente, tre anni più tardi, in seguito ad un’amnistia, la donna venne liberata. Fu anche grazie a Elisabeta Rizea e alle sue memorie che la stampa occidentale fu messa al corrente della sconosciuta epopea dei partigiani anticomunisti romeni.

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