Brevi riflessioni. Il ‘Comunitarismo’ quale antidoto alla massificazione imposta dai potentati finanziari globalizzanti. Di Federico Gatti.

Il filosofo francese Alain de Benoist.

Per uscire dalla gabbia di una società globalizzata, ormai priva di radici e che rischia di smarrire la propria identità, occorre ripartire dalla ‘comunità’. Da quel senso di appartenenza che è il vero nemico dell’omologazione mondialista e della sua visione economico centrica. La volontà di atomizzazione della società, atta a creare un mercato unico composto da individualità slegate da identità e tradizioni, ha come complice inconsapevole (?) la cultura libertaria e liberticida sostenuta dalle Sinistre e dai grossi gruppi finanziari che di fatto governano le Commissioni europee in base ad assunti dogmatici di uguaglianza. Dogmi in quanto imposizioni e negazione delle gerarchie naturali. La nostra società occidentale, erede di culture e religioni profonde, deve difendersi dalla disgregazione molecolare imposta dalla stessa globalizzazione e dai suoi potenti fautori decisi a tutti i costi a ‘livellare’ in base a criteri finto democratici, i ruoli e le personalità di ogni individuo. L’obiettivo di questi signori è quello di creare una sovversione dello Stato organico sostituendola con una filosofia economico-finanziaria consumistica all’eccesso, ma al tempo stesso coniugata ad un’etica chiaramente meccanicista, materialista, nichilista dal retrogusto marxista. Ripristinare il senso comunitario di appartenenza risulta quindi indispensabile per evitare di sprofondare in una società polimorfe. Comunità è destino comune, è allontanamento dall’ego tramite l’azione salvifica della “Weltanschaung junghiana” : l’essere consapevoli che l’esistenza non si esaurisce qui ed in questo momento, ma travalica il singolo, incrociandosi con le altre soggettività. È la Nazione che incarna questo concetto e rende tangibile, con una continuità ideale e culturale, il senso di appartenere ad un unico corpo destinato a superare lo spazio buio creato dal relativismo; collocandosi nel cuore di ogni suo membro.
Uno dei motivi per cui viviamo in una società depressiva è proprio quello del senso utilitarista limitato agli spazi e ai tempi dettati dal solo interesse personale: il raggiungimento di una libertà che, in realtà, altro non è che semplice e pericolosa licenza, nella sua deteriore declinazione illuminista liberale. Una felicità ‘egoistica’, inutile dirlo, proiettata esclusivamente sul piano materiale e orizzontale e che annulla qualsiasi tensione verticale che possa trascendere le vicende e gli intenti mondani. Complice della attuale disgregazione sociale è anche una certa filosofia ‘architettonica che, da Le Corbusier in poi, ha sacrificato il gusto, e il senso dell’estetica sull’altare del funzionalismo. Urge la necessità di creare quindi anche spazi abitativi urbani non di marca socialista, ma capaci di aggregare gli individui in senso dignitoso, funzionale, ma senza tralasciare per questo un senso estetico. Senza la bellezza, naturale o concretizzata dall’intelletto, l’uomo muore. L’architettura, quindi, intesa come specchio dell’anima di un popolo, un popolo che sia fiero e consapevole di sé stesso e del suo glorioso passato. Ma Comunità è anche lavoro, ma nella sua essenza più nobile, quella del dono della propria capacità e, ovviamente, della certezza di una gratificazione materiale e morale. Per rifarsi alla nomenclatura antico romana, artifex in contrapposizione al concetto di  labor. Comunità, intesa come spirito aggregativo e solidale, ma non assistenziale, è anche cura del proprio territorio, salvaguardia dell’ambiente. Amare la propria comunità significa infatti preservarne l’habitat e rispettarlo. Rispettare, in ultima analisi, i tempi della natura che, come è noto, sono slegati dai tempi scanditi dalle lancette che hanno ingabbiato tutti noi in schemi produttivi volti ad alimentare un mercato immaginario e spesso puramente speculativo.

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