LA GUERRA ISPANO-AMERICANA

Cuba e le Filippine, i principali teatri della guerra ispano-americana

Aprile 1898 – Agosto 1898

In soli centosei giorni la nuova, grande potenza militare statunitense annientò l’ormai decrepito impero spagnolo, strappando ad esso Cuba, le isole coloniali caraibiche e l’intero arcipelago delle Filippine.

Alla fine del XX secolo gli Stati Uniti d’America e la Spagna si scontrarono nella breve guerra (30 aprile al 13 agosto 1898) passata alla storia come ‘ispano-americana’. L’obiettivo del conflitto, che seppe ammantarsi di un ben costruito casus belli, vale a dire la misteriosa esplosione dell’incrociatore americano ‘Maine’ da 7.000 tonnellate di dislocamento, avvenuta il 15 febbraio nel porto di l’Avana: nave inviata per sorvegliare i tumulti anti spagnoli che scuotevano l’isola), risultava molto concreto e assolutamente in ‘armonia’ con l’espansionismo economico-militare americano di fine Ottocento: quello di impossessarsi dei territori, isole e arcipelaghi, da troppo tempo appartenenti a una potenza imperiale europea, la Spagna, politicamente al tramonto e priva per di più di quella forza militare che dà efficacia al diritto. Un ‘diritto’ in realtà logorato dalla persistente e cattiva amministrazione iberica, dalle rivoluzioni antispagnole sudamericane, se è vero che ogni possessio spagnola sul continente americano doveva risalire addirittura alle conquiste fatte ai tempi di Cristoforo Colombo per poter ritrovare il suo fondamento giuridico. A fronte di questo impero decrepito e impoverito stava la fortissima, scalpitante democrazia americana, desiderosa di nuovi sbocchi e di nuovi mercati, ma soprattutto interessata a dimostrare la sua potenza militare e navale ed economico-commerciale. La Spagna possedeva isole e arcipelaghi come Cuba, Portorico e le Antille spagnole, ma si trattava di una realtà ormai troppo inutile e ingombrante per l’espansionismo americano. Madrid possedeva anche, nel Pacifico, l’arcipelago delle Filippine, i cui abitanti invocavano da tempo, e rumorosamente, l’indipendenza. La Spagna rappresentava dunque un fastidioso ostacolo al futuro degli Stati Uniti e al loro progresso economico e politico. Anche a Cuba, d’altronde, il popolo era ostile a Madrid (rivolte del 1868 e del 1895) e quest’ultima, anziché migliorare lo stato socio-economico dell’isola, aveva risposto con dure repressioni che avevano costretto la Casa Bianca ad intervenire con fermezza attraverso le vie diplomatiche. E veniamo al casus belli. Come abbiamo già accennato, febbraio 1898, il governo di Washington aveva inviato nelle acque cubane il “Maine”, anche per per proteggere gli interessi commerciali degli Stati Uniti. Ma nella notte del 15 febbraio, in seguito a una terrificante esplosione, la nave saltò in aria, provocando la morte di due ufficiali e 270 marinai. Si è trattò di un incidente, oppure di un sabotaggio provocato dai patrioti cubani per poi addossarne la colpa agli spagnoli? Il quesito rimane, ma a quel tempo l’opinione pubblica americana ritenette gli spagnoli colpevoli del disastro. E dopo un mese e mezzo di bollenti dibattiti parlamentari, il Congresso decise di riconoscere l’indipendenza di Cuba, chiedendo nel contempo l’immediato ritiro delle forze autorità spagnole e autorizzando il presidente americano, il repubblicano William McKinley (1843 –1901), ad “utilizzare ogni mezzo e forza militare” per il raggiungimento di questo scopo. In altre parole, Washington dichiarò guerra a Madrid.

Il 25 aprile 1898, l’ammiraglio George Dewey, comandante della flotta dell’Estremo Oriente, salpa da Hong Kong e, con sei navi da guerra, si dirige verso le isole Filippine, caposaldo spagnolo nel Pacifico. Dopo un incontro con gli insorti filippini che aspettano il passaggio degli americani sulle spiagge di Luzon e li salutano come liberatori, Dewey entra nella baia di Manila sotto il fuoco incrociato dei forti. E’ l’1 maggio 1898 e i suoi cannoni, senza esitazione, vomitano torrenti di fuoco sulla squadra spagnola forte di 12 vascelli, il doppio di quelli di Dewey. Ma la superiorità balistica e la velocità del tiro dei cannoni americani hanno il sopravvento: le navi spagnole sono quasi tutte distrutte, mentre tra gli uomini di Dewey non c’è che un ferito. Incredibilmente, il solo a essere colpito è lo stesso ammiraglio e, per questo motivo, il cannonneggiamento americano viene interrotto per poche ore. Ma Dewey, dopo essere stato medicato e avere constatato che sarebbe riuscito a sopportare il dolore delle ferite, ordina di riprendere il fuoco sino a che, sui forti di Manila, gli spagnoli sventolano bandiera bianca. Qualche mese dopo, tutte le Filippine cadono in possesso degli Stati Uniti. Intanto, sull’altro scacchiere delle operazioni, cioè nell’Oceano Atlantico, la flotta spagnola, comandata dall’ammiraglio Pascual Cervera y Topete, parte da Cadice e, dopo una lunga navigazione che ha toccato le Canarie, le isole di Capo Verde, la Martinica e Curacao, si dirige verso il porto cubano di Santiago e la sua protettissima baia, dove entra il 19 maggio 1898. Due settimane dopo, però, gli americani, per ostruire il passaggio alle navi di Cervera, autoaffondano un loro vecchio vascello, il “Merrimac”, proprio nel punto più stretto del canale e con più bassi fondali, un vero collo di bottiglia, all’ingresso della baia di Santiago. Come operazione di sabotaggio non riesce perfettamente, ma rende comunque lentissima e difficoltosa l’eventuale sortita delle navi spagnole fuori della baia. La guerra è ormai nel suo pieno. Il 22 giugno 1898, le truppe americane del generale William R Shafter, cioè il V Corpo Lancieri, con due divisioni di fanteria e di cavalleria, sbarcano nel porto cubano di Daiquiri, a ovest di Santiago, e iniziano la marcia sul nemico. Il primo scontro avviene due giorni dopo a Las Guasimas: gli spagnoli si difendono bene ma, con manovra accerchiante, il generale Shafter attacca e s’impadronisce di El Caney e delle alture di San Juan, importanti difese di Santiago. Il giorno dopo gli spagnoli passano al contrattacco: tentano di ricacciare gli americani, ai quali si sono uniti anche due colonne di insorti cubani guidati dal loro caudillo Garcia, ma vengono sanguinosamente respinti. Gli scontri sono duri, si combatte accanitamente dall’una e dall’altra parte. Questa volta, anche gli americani lamentarono forti perdite e, in due giorni di assalti, perdono 1600 uomini tra morti e feriti. Nelle zuffe più rischiose si segnala al comando dei suoi Rough Riders, un contingente di irregolari di cavalleria, un certo Theodore Roosevelt che negli anni successivi, dal 1901 al 1909, diventerà presidente degli Stati Uniti.. A questo punto della battaglia, prospettandosi inevitabile la caduta di Santiago, ormai accerchiata, l’ammiraglio Cervera decide il tutto per tutto pur di non trovarsi ingloriosamente intrappolato nella baia di Santiago. Il 3 luglio la squadra spagnola, in linea di fila dietro la nave ammiraglia “Maria Teresa”, armati i cannoni, riesce a guadagnare il largo, dirigendosi risolutamente contro la squadra dell’ammiraglio americano Schley. Questi, però, rinforzato nel numero da un’altra squadra di incrociatori proveniente dalla Florida e comandata dall’ammiraglio Sampson, apre il fuoco dei suoi cannoni distruggendo, in quaranta minuti di bordate, tutta la flotta spagnola. Ancora una volta il volume di fuoco e la velocità di tiro dei cannoni americani hanno la meglio. Seicento marinai spagnoli cadono e tutti gli altri, compreso il valoroso ammiraglio Cervera, vengono fatti prigionieri. Il 17 luglio anche il generale spagnolo Toral, capo della piazza di Santiago, si arrende con il suo esercito al generale William R Shafter e Cuba passa in potere degli Stati Uniti. Washington, però, si spinge oltre. Alla fine di luglio un contingente americano comandato dal generale Nelson A. Miles sbarca a Ponce, nell’isola di Portorico, senza incontrare grande resistenza. Tutte le operazioni di guerra sono, infine, sospese il 13 agosto, il giorno dopo la firma del protocollo di pace tra Spagna e Stati Uniti. Il conflitto, che si è risolto con un seguito di vittorie americane, è finito. La Spagna riconosce l’indipendenza di Cuba e cede agli Stati Uniti Portorico, le Piccole Antille e le isole Ladrones nell’oceano Pacifico; in quanto alle Filippine si decide che la loro condizione sarebbe stata regolata da un trattato di pace successivo. La Spagna accetta questa condizioni e la sua dominazione nell’emisfero occidentale, dopo oltre quattro secoli, ha termine. Il 10 dicembre 1898, a Parigi, viene firmato il trattato di pace tra i due paesi, che verrà ratificato dal Senato di Washington il 6 febbraio 1899. Ora anche la sorte delle Filippine è decisa: esse diventano dominio americano “per acquisto”. Gli Stati Uniti sborsano alla Spagna la somma di 20 milioni di dollari. La firma della pace, però, non significa la cessazione delle ostilità: i filippini, infatti, si rivoltano dichiarando di essersi battuti per la libertà e non certo per cambiare padrone. I ribelli si danno alla guerriglia e il governo di Washington deve rinforzare l’esercito d’occupazione portandolo a 65 mila uomini. Solo grazie alla personale capacità politica di McKinley la situazione si risolverà positivamente per gli Stati Uniti. Riconfermato alla Casa Bianca nelle elezioni del 1900, infatti, il presidente rieletto manifesta, nei confronti dei filippini, grande moderazione e saggezza. I rivoltosi depongono le armi e giurano fedeltà agli Stati Uniti “per essere stati trattati – così dichiarano – con giustizia e bontà”. Ai cittadini filippini, quindi, viene accordata la partecipazione al governo e il 4 luglio 1901, McKinley designa il giudice William Taft alla carica di governatore delle Filippine. Diversa è la sorte di Portorico: unita all’Unione come “territorio”, non più destinata a diventare uno stato, l’isola diventa una specie di ibrido amministrativo, a metà tra una colonia e un territorio federale. Nell’aprile 1900, infine, anche le isole Hawaii entrano a far parte dell’impero coloniale degli Stati Uniti: gli hawaiani possono così portare dei loro rappresentanti al Congresso. Sono le ultime conseguenze della guerra ispano-americanail conflitto nel quale si esibisce davanti al mondo intero la potenza militare e navale degli Stati Uniti: una forza che nei decenni successivi del Novecento farà la differenza in ogni occasione bellica, specialmente nelle due guerre mondiali.

Bibliografia:

Barnes, Mar. The Spanish–American War and Philippine Insurrection, 1898–1902: An Annotated Bibliography Routledge Research Guides to American Military Studies) (2010)

Berner, Brad K. The Spanish-American War: A Historical Dictionary (Scarecrow Press, 1998).

Berner, Brad K., ed. The Spanish-American War: A Documentary History with Commentaries (2016), 289pp; includes primary sources

Bradford, James C. ed., Crucible of Empire: The Spanish–American War and Its Aftermath (1993), essays on diplomacy, naval and military operations, and historiography.

Cosmas, Graham A. An Army for Empire: The United States Army and the Spanish–American War (1971), organizational issues

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