La reciprocità tattico-strategica. Di Fabio Bozzo.

Battaglie vinte ma guerra persa.: fuga da Saigon prima che arrivino i comunisti.

E’ circa dal XVIII secolo che gli eserciti Occidentali sono diventati quasi imbattibili in campo aperto dalle forze delle altre civiltà (islamica, orientali, ecc.). Questo per molti motivi, dal maggior progresso tecnologico dell’Occidente alla sua maggior scientificità nell’affrontare l’Arte della Guerra. Sul perché questi traguardi siano stati raggiunti dagli Occidentali e non da altri si possono scrivere interi volumi, ma non è su questo che intendo concentrarmi. Il punto è che dalla fine del ‘600 diventano assai poche le battaglie campali che gli Europei ed i Nordamericani sono andati a perdere contro il resto del mondo. 
Gli stessi Turchi Ottomani, a lungo considerati (per me a torto) invincibili, da quella data in poi diventarono poco più che carne da cannone contro gli eserciti degli Europei, tanto che il loro impero riuscì a durare fino alla Prima Guerra Mondiale solo grazie all’incapacità degli Europei stessi d’accordarsi sulla spartizione delle sue spoglie.

In ogni caso la conseguenza della superiorità bellica dell’Occidente ha lasciato ai suoi nemici fondamentalmente una sola strategia vincente: la guerriglia.
Con la guerriglia un esercito spezzettato in bande, male armato ed in inferiorità numerica è (ed è stato!) in grado di sconfiggere strategicamente, e più di rado tatticamente, una forza armata occidentale con armi d’ultima generazione e comandanti brillanti ma troppo tradizionalisti e/o con le mani legate dai politici.
Il fattore politico è certamente fondamentale nell’indebolire gli Occidentali, lo dimostra il fatto che la maggior parte delle sconfitte sono avvenute dopo il 1945, cioè da quando la situazione geopolitica mondiale ha creato all’interno dell’Occidente stesso delle potenti quinte colonne finalizzate ad impedire ai Paesi dell’Ovest di sviluppare appieno la loro superiorità. 
Rara eccezione è Israele: paese Occidentale che per ovvi motivi in guerra come in pace non poteva permettersi mezze misure, ha continuato a collezionare spettacolari vittorie in situazioni impossibili.
Malgrado ciò anche Israele oggi si trova impastoiato in una guerriglia snervante e che si risolverà (piaccia o non piaccia) con l’annientamento o l’espulsione da quel fazzoletto di terra di uno dei due popoli che se lo contendono. La realtà è questa ed è inutile nasconderci dietro le belle speranze.

Ma sorvolando le pur importanti eccezioni è un fatto che l’Occidente di oggi affronta i suoi nemici con guerre stile “mezza misura”. Questa assurda situazione ha prodotto una sorta di reciproca “guerriglia tattico-strategica” tra l’Occidente ed i suoi nemici non-Occidentali.


In breve: 
uno o più paesi Occidentali attuano un intervento militare in qualche posto sperduto del Terzo Mondo. Il Nemico locale non è minimamente in grado di reggere il confronto in campo aperto, quindi ripiega sulla guerriglia tattica, se non altro per guadagnare tempo. Gli Occidentali non hanno la volontà politica di impegnarsi a lungo e con metodi sufficientemente brutali fino all’annientamento del Nemico, quindi trasformano il loro intervento in un’incursione temporalmente più o meno lunga, cioè una sorta di “guerriglia strategica”. Il tutto fino all’esaurimento delle forze morali e all’abbandono del campo al Nemico. Per poi tornare in un posto vicino, o addirittura nello stesso, e riandarsene nuovamente.

Questa situazione va sicuramente a svantaggio dell’Occidente, che infatti ogni volta ottiene una serie di vittorie tattiche (anche brillanti), ma alla fine rimedia una sconfitta strategica, in quanto il controllo del territorio torna al Nemico che per quanto indebolito non è stato annientato.
Il risultato è che dal 1945 ad oggi l’Occidente ha perso posizioni su posizioni (Algeria, Rhodesia, Sudafrica, Bosnia centrale, Kosovo, l’elenco sarebbe infinito…). Il tutto vincendo battaglie su battaglie. Poiché questo andazzo non sembra voler cambiar tendenza si rischia, se la ritirata continua, d’inficiare il trionfo geopolitico dell’Occidente avvenuto con la vittoria nella Guerra Fredda.

Per concludere citiamo due esempi di reciproca “guerriglia tattico-strategica.”
Il primo è uno scontro ridotto, cioè la Battaglia di Mogadiscio del 3-4 ottobre 1993, avvenuta nel conteso dell’intervento ONU in Somalia. In tale scontro gli statunitensi sconfissero sul campo le milizie del signore della guerra Aidid, uccidendogli circa 1000 combattenti. Ma l’opinione pubblica americana non tollerò la perdita di 19 soldati americani e le forze ONU dovettero fare le valige. Aidid poté vantarsi d’aver sconfitto gli americani, e in fin dei conti non aveva tutti torti.

Il secondo esempio invece è molto più imponente, niente di meno che la Guerra del Vietnam. In tale conflitto gli USA ed alcuni alleati intervennero massicciamente (ma legatissimi politicamente) per evitare il crollo dell’inaffidabile alleato sud-vietnamita. Per ben 10 anni le forze Occidentali tennero sotto torchio quelle comuniste infliggendogli pesanti sconfitte tattiche e perdite disastrose (ben più di 1.000.000 di morti tra i comunisti a fronte di 58.226 Americani). Ma dopo 10 anni l’opinione pubblica USA si stancò dell’infinito mezzo intervento vietnamita (e diamole torto…) obbligando il proprio governo al disimpegno. Col risultato che l’Occidente subì una sconfitta strategica grave seppur non disastrosa ed una sconfitta politica (quella sì) a dir poco devastante.

Ma soprattutto quella guerra finì con un’immagine cui l’Occidente s’è sempre più abituato:
vedere i propri soldati e diplomatici scappare a gambe levate pur avendole suonate di santa ragione in battaglia ai propri nemici non-Occidentali.

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