La sovietizzazione del Banato rumeno. Di Fabrizio Pusceddu.

Cause e modalità della forzata e brutale conversione al comunismo di una per molti versi dimenticata regione di frontiera.

Similmente a ciò che avvenne per l’Italia, la partecipazione della Romania al fianco dell’Asse nella Seconda Guerra Mondiale si concluse a seguito di un repentino cambio di alleanza dovuto ad una crisi interna. Il 23 agosto 1944, l’arresto del Maresciallo Ion Antonescu portò all’annuncio dell’armistizio con le potenze alleate: evento a dire poco disastroso per la Germania che, di fatto, si ritrovò praticamente scoperto un fronte di 700 chilometri, che di lì a poco avrebbe consentito all’Armata Rossa di dilagare in direzione della Bulgaria, della Serbia e della Transilvania magiara. Hitler stesso, in una conversazione con Ante Pavelić, leader degli Ustascia croati, ebbe modo di paragonare gli effetti del 23 agosto al ‘D-day’ e al crollo del corpo d’Armata germanico centrale in Bielorussia. Lo Stato Maggiore romeno (passato dalla parte dei russi), rivolse, dunque, oltre mezzo milione di suoi soldati contro la Wehrmacht e l’Armata Ungherese, contribuendo, in seguito, all’occupazione della puszta magiara, dell’Austria e della Cecoslovacchia. In conseguenza a questo cambiamento di alleanze e all’armistizio tra Urss e Romania, firmato a Mosca il 12 settembre 1944, personale civile e militare sovietico si insinuò di prepotenza in tutti i punti chiave della Romania, consentendo, inoltre, la sostanziale cessione del 90% del Paese all’URSS. Come e quanto questa operazione si sarebbe espletata durante gli anni seguenti sarebbe stato chiarito a partire dal 6 marzo 1945, giorno dell’insediamento forzato del primo governo comunista romeno: cerimonia svoltasi a Bucarest alla presenza di Andreij Vyšinskij, diplomatico di spicco nonché futuro ministro degli Esteri sovietico.

La storica peculiarità multietnica del Banato (realtà storico-geografica dell’Europa Centrale, oggi divisa politicamente tra la Serbia, la Romania e l’Ungheria), contesa terra di confine assegnata alla Romania solo alla fine della Prima Guerra Mondiale (nei secoli precedenti fu turca, austriaca e ungherese), venne minata alla radice. Un rapporto comunista stilato nel 1944 dal Comitato Regionale del Banato, forniva, a proposito della composizione della popolazione della regione, le seguenti percentuali: 40% di romeni, 20% di tedeschi (svevi e sassoni, insediatisi nel Medioevo), 15% di ungheresi, 15% di slavi (serbi in maggioranza, giunti nella regione nel XVII secolo), tre per cento di ebrei, più esigue minoranze di italiani, turchi, francesi e rom. Per quanto riguarda gli ungheresi, alcuni erano reduci dei precedenti domini, altri appartenevano alla minoranza dei Siculi, provenienti dalla Transilvania. Già dalle primissime settimane post armistizio russo-romeno, il nuovo status di ‘nemici’ acquisito da magiari e tedeschi all’interno della regione, giustificò azioni prevaricatorie, mosse da precisi calcoli politici e dettate direttamente dal Cremlino, come ad esempio la deportazione delle minoranze, che assunse la netta fisionomia di una ‘pulizia etnica’. Oltre 100.000 svevi saggiarono i primi campi di concentramento comunisti, mentre solo l’interesse di Stalin rivolto alla stabilità della zona transilvana salvò la comunità ungherese da ritorsioni su così larga scala. La deliberata ‘romenizzazione’ della regione, voluta dalle autorità comuniste, continuò, seppure in maniera meno intensa, nel corso dei decenni successivi. Ma la composizione della regione sarebbe comunque mutata sensibilmente: il primo censimento, fatto dopo la caduta del regime comunista, nel 1992, presentò la seguente situazione: romeni 82%, ungheresi 6%, tedeschi 3%, serbi 2%, rom due per cento. La portata di queste prime tragiche conseguenze dell’ascesa dei bolscevichi in Romania non deve però trarre in inganno. Il PCR (Partito Comunista Romeno) non era che una microscopica entità, del tutto aliena alla gran parte della popolazione che, in precedenza, nel 1937, contava poco più di 1.600 iscritti. Le ragioni erano molteplici: la leadership del Partito era divisa in numerose fazioni (etniche, culturali e ideologiche) che si combattevano a vicenda. La potenziale base elettorale dei comunisti stigmatizzava le frequenti violenze rivendicate dai militanti marxisti a partire dal 1918. Dalla fine degli anni ’20 in poi, la popolazione contadina romena iniziò a rivolgere la sua attenzione (e i suoi suffragi) verso la Legione dell’Arcangelo Michele di Corneliu Zelea Codreanu, movimento del tutto atipico, equidistante dai comunisti e dai partiti ‘moderati’, fortemente legato al fascismo italiano (seppur con alcune sostanziali differenze), e che sarebbe arrivato fino ai vertici dello Stato.

Nel 1944, tuttavia, la sorte arrise ai comunisti romeni che, in virtù dell’occupazione sovietica, si aggiudicarono il potere. Nel settembre del 1944, a Timişoara, capoluogo del Banato, si contavano 37 membri di Partito, e nell’arco di due anni i comunisti avrebbero ricoperto tutti gli incarichi pubblici. Il primo provvedimento adottato dal nuovo governo fu la riforma agraria, varata il 22 marzo 1945, mirante alla redistribuzione delle terre. Vennero confiscate le proprietà di diverse categorie di cittadini (tedeschi, e latifondisti con possedimenti superiori ai 50 ettari) che furono ridistribuite tra i contadini. In un anno, nel Banato, 34.888 proprietari terrieri, di cui 33.010 al di sotto dei 50 ettari, subirono l’esproprio, a beneficio di 54.104 contadini, che ricevettero in media meno di cinque ettari procapite. La riforma fu la prima prova di fedeltà all’alleato sovietico, e non a caso sarebbe stata “integrata” negli anni a venire da provvedimenti relativi alla ‘collettivizzazione’ delle terre sul modello dei kolchoz russi. In base alle intese politiche precedenti, le potenze alleate occidentali non poterono intromettersi nella questione (la Romania rientrava nella zona di influenza russa), se non formalmente, assistendo inermi al progressivo e virale consolidamento dell’ingerenza sovietica in Romania. Per le opposizioni la vita si fece sempre più dura. Il 10 maggio 1946, a Timişoara, una manifestazione studentesca venne repressa nel sangue dalle autorità e l’accaduto diede il via ad un lungo sciopero. In quei mesi fu portata avanti, per dare ancora una parvenza di pluralismo, la campagna elettorale per le prime elezioni politiche del dopoguerra, ma ciò avvenne in un clima di intimidazioni. Queste votazioni (‘controllate’ e palesemente brogliate dal Partito Comunista Romeno) si tennero il 19 novembre 1946. E su 6.823.928 voti espressi, 4.766.630 andarono, inevitabilmente, alla coalizione capeggiata dal Partito Comunista (333.480 di questi suffragi giunsero dal Banato). Il biennio 1947-1948 fu caratterizzato dal radicamento politico comunista e da una graduale quanto decisa eliminazione sia delle opposizioni politiche, tramite arresti ed epurazioni a qualsiasi livello. Il 30 dicembre 1947, re Michele I di Romania (che fino a quel momento non era stato ancora ufficialmente detronizzato) venne costretto ad abdicare e nel contempo fu proclamata la Repubblica Popolare Romena. In seguito, nuove falsate consultazioni (93,2% dei voti) diedero al Paese un nuovo esecutivo interamente comunista, al quale furono affiancati un nuovo Parlamento monocamerale, e una nuova Costituzione di stampo sovietico. Anche il partito cambiò nome, divenendo il Partito dei Lavoratori Romeno. Nel frattempo, con l’inizio della contrapposizione ideologica tra Occidente e Mondo comunista, iniziò a mutare il contesto internazionale. Nel giugno 1948, l’’eretica’ Jugoslavia del leader comunista Tito venne espulsa dal Cominform. E se per Bucarest la pronta condanna dell’’eresia’ titina rappresentò un’occasione d’oro per dimostrare la propria, untuosa fedeltà al Cremlino. E per il Banato (confinante con la Serbia) e la sua popolazione, la situazione si fece oltremodo drammatica. Sospettati di scarsa fedeltà al regime di Bucarest, molti cittadini di origine serba iniziarono a patire una sistematica persecuzione. Il giro di vite culminò con l’arresto di massa, avvenuto nella notte del 18 giugno 1951, di 40.320 persone residenti nei 203 comuni banateani ubicati lungo la fascia di 25 chilometri di frontiera tra Beba Veche e Gruia. Questa massa di sfortunati, caricata su 2.656 vagoni-bestiame e 6.211 camion, venne deportata nell’inospitale steppa del Bărăgan (ubicata nei pressi della costa affacciata sul Mar Nero); anche se, il 7 dicembre 1955, il governo di Bucarest disporrà, tuttavia, la liberazione dei deportati, consentendo loro il rientro nelle loro terre, in cambio dell’entrata della Romania nell’ONU. Come conseguenza diretta del regime oppressivo imposto dai comunisti romeni, ricordiamo che, nella seconda metà degli anni Quaranta, il Banato (in particolare la zona carpatico-danubiana a Sud Est della regione, tra Lugoj, Hunedoara e Orşova) divenne la culla di un’insofferenza tale da consentire la nascita di un vero e proprio movimento partigiano anticomunista. Per diversi anni, alcune migliaia di partigiani (parte dei quali serbi e magiari) rifugiandosi tra i monti grazie al sostegno della popolazione rurale insoddisfatta dalla riforma agraria, imbracciarono coraggiosamente le armi (questo fenomeno si manifestò anche in molte altre regioni romene), ingaggiando una guerriglia che fino ad un decennio fa venne totalmente ignorata dall’opinione pubblica occidentale (tra il 1945 e la fine degli anni Cinquanta, analoghi, e numerosi, movimenti di resistenza anticomunista e antisovietica, per un totale di non meno di 95.000 guerriglieri, sorsero in Lituania, Lettonia, Estonia, Polonia, Bielorussia, Ucraina e Bulgaria). Allarmato da questa reazione, Il ministero degli Interni romeno prese drastiche misure, inviando nelle zone più battute dai partigiani migliaia di soldati e agenti della Securitate (la Polizia politica) che, ricorrendo anche a metodi brutali (impiccagioni e fucilazione di contadini inermi, rei di avere fornito rifugio ai partigiani) alla fine riuscirono a sedare la rivolta. E a memoria di tutto ciò, dopo il 1992, a Teregova, piccolo comune situato a sud di Reşiţa che fornì un cospicuo numero di unità alla resistenza, sorse un monumento alla ‘Resistenza anticomunista’ (ma analoghi manufatti si posso trovare in decine e decine di altri centri romeni. Timişoara vanta, ad esempio, un parco dedicato ai caduti e al suo più famoso capo partigiano, Petru Domăşneanu). Per la cronaca, l’azione più eclatante condotta da una banda partigiana, fu la breve ed impari ‘battaglia’ di Pietrele Albe (picco di 1.100 metri di altitudine) che, il 22 febbraio 1949, vide contrapposti poco più di 20 partigiani a quasi 1.000 agenti della Securitate. Lo scontro terminò con la morte di tutti i resistenti, alcuni dei quali vennero appesi ai lampioni ed esposti al pubblico. Il 1949 segnò di fatto la fine dei movimenti anticomunisti organizzati, nel Banato come in tutto il territorio nazionale. E fu un anno di processi e di dure condanne. La vicenda simbolo fu quella che vide coinvolti undici tra i più importanti partigiani (tra quelli rimasti ancora in vita). Il processo contro di loro iniziò il 21 giugno 1949. Nei giorni immediatamente successivi alla prima udienza, in tutta la regione il Partito Comunista organizzò centinaia di adunate pubbliche durante le quali i Commissari esponevano i “crimini bestiali commessi dalle bande sovversive terroriste, supportate dagli imperialisti anglo–americani”. E fu così che, al termine di un processo farsa, cinque eroi della resistenza anticomunista: Spiru Blănaru, Petru Domăşneanu, Ion Tănase, Petru Puşchiţă e Romulus Mariţescu vennero giustiziati alla Pădurea Verde di Timişoara, il 25 giugno 1949. Da quella data, la lotta armata venne progressivamente sradicata nel Banato come in tutta la nazione. Ma fu soltanto nell’ottobre del 1951 che tutto ebbe veramente fine. In quella data, alcuni tra ex ‘legionari’ del movimento di Codreanu reclutati dalla CIA e addestrati, in Italia, presso un non precisato monastero francescano, furono paracadutati nella regione di Făgăraş, nel distretto di Braşov, per effettuare un’azione di guerriglia, venendo tuttavia sgominati, dopo feroce combattimento, dalle preponderanti forze comuniste. Tornando al Banato e alla sua travagliata storia, dopo l’eliminazione delle bande partigiane, la sovietizzazione forzata della regione proseguì senza intoppi, avvolta da un oscuro silenzio di morte.

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  • Stefano Bottoni, Transilvania Rossa, il comunismo romeno e la questione nazionale, Carocci, Bologna, 2007
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