Come Dostoevskij distrusse il ‘terzomondismo’. Di Francesco Mario Agnoli.

Nel 1877, l’Impero zarista dichiarò guerra a quello ottomano, sgominandolo. Una vittoria, quella slava, che, tuttavia, insinuò nelle classi alte russe il germe dell’autodistruzione nichilista. Fenomeno che non sfuggì al grande scrittore.

 

Tra il 1876 e il 1877, l’Europa, o più esattamente l’Eurasia, fu impegnata in una delle tanti fasi di quella che allora veniva chiamata “Questione d’Oriente”, determinata dal tentativo di alcuni popoli balcanici di emanciparsi definitivamente dal dominio ottomano.

I movimenti per la liberazione dei popoli slavi suscitarono molti entusiasmi in Russia, che avocava a se la loro tutela in quanto area di cultura slavo ortodossa. Numerosi furono i russi che  partirono volontari per unirsi  all’esercito serbo, al punto che si riuscì a formare una piccola, agguerrita e motivata armata destinata a fiancheggiare gli eserciti di Serbia e Montenegro. Si trattò uno slancio collettivo, popolare che, tuttavia, una parte dell’intelligencija russa rinnegò, o criticò. A taluni intellettuali ‘occidentalizzati’ sembrava, infatti, sbagliato manifestare aperta simpatia ‘confessionale’ ai popoli balcanici; si doveva dare loro appoggio si, ma soltanto in nome della libertà e dell’indipendenza nazionale e nulla di più. La comunanza religiosa doveva essere messa da parte per motivi di convenienza, dal momento che in Russia vivevano, allora come oggi, numerose minoranze musulmane che avrebbero preso male un ‘interesse’ russo in funzione apertamente anti ottomana. Come si reagirebbe – si domandavano molti intellettuali – “se i nostri musulmani cominciassero a raccogliere offerte a favore dei turchi o manifestassero il desiderio di andare a combattere nell’esercito turco?”.

L’ortodosso e slavofilo Fedor Dostoevskij non esitò a replicare nel suo “Diario di uno scrittore” che se cittadini russi di fede musulmana, poni caso i tatari,  avessero cominciato ad aiutare i turchi una volta che la Russia fosse in guerra con l’Impero Ottomano, avrebbero dovuto essere trattati come traditori. Ragionamento condiviso, in realtà anche dagli stessi intellettuali occidentalizzanti che, tuttavia, puntualizzavano: “Tutto il male consiste nel carattere confessionale delle offerte (…) Se il russo aiuta lo slavo come suo fratello di fede, egli non può, senza urtare l’eguaglianza civile e la giustizia, proibire ai tatari di dare aiuto, allo stesso modo, ai loro  correligionari, cioè ai turchi”.

A Dostoevskij questo ragionamento apparve, tuttavia, capzioso, perché, come scrisse: “Se io, russo, faccio un’offerta per lo slavo che combatte contro il turco – anche se questa offerta è fatta in nome della fratellanza di fede – io non gli auguro la vittoria contro il turco perché questi è musulmano, ma perché egli massacra lo slavo (…).  Aiutando lo slavo io non solo non attacco la fede del tataro, ma non mi preoccupo nemmeno del maomettanismo del turco; che egli rimanga musulmano quanto gli pare e piace, purché non tocchi gli slavi”.

Dostoevskij ammetteva, però, che aiutando il proprio correligionario contro i  turchi  si sarebbe andati contro il tataro russo e la sua fede, in quanto sia tatari che gli ottomani si trovavano legati dallo stesso credo. Non solo. Il raia (cioè il cristiano che viveva in terra musulmana) non poteva, secondo il Corano,  ritenersi libero e avere gli stessi diritti del musulmano, sicché aiutandolo non si sarebbe fatta guerra soltanto all’Impero Ottomano, ma a tutto l’Islam. Fatta questa precisazione, lo scrittore però chiariva: “In questo caso ad istigare alla guerra religiosa sarà però il tataro, non io, e voi dovete convenire che questa è un’obiezione di tutt’altro genere, e che in tal caso non se n’esce con nessuna astuzia o cambiamento di titolo alle collette”. Difatti “agli occhi di qualsiasi musulmano aiutare un raia contro i musulmani, qualunque sia il pretesto, significa aiutarlo per la sua fede. Possibile che non lo sappiate?”.

Se poi in ordine a quelle che ritenevano offese alla loro fede i musulmani mostravano una sensibilità particolare  non era  una buona ragione perché  il cristiano  dovesse addirittura temere di mostrare ai tatari “i propri più alti e naturali sentimenti, che non possono offendere nessuno, i sentimenti di pietà per lo slavo martirizzato anche se correligionario”.

L’invito rivolto ai cristiani russi dagli intellettuali occidentalizzanti era di essere delicati e discreti in modo da non offendere la sensibilità del musulmano.  A Fedor la pretesa sembrava eccessiva e replicava con un argomento che, all’epoca, chiunque avrebbe ritenuto decisivo: “Ma scusate, se egli è così sensibile, può offendersi anche per il fatto che nella stessa strada dove si trova la sua moschea, si trovi anche la nostra chiesa ortodossa; dobbiamo noi abbatterla perché egli non si offenda?”.

Come si è anticipato all’inizio, un anno dopo, nel giugno 1877, mentre era in corso la guerra russo-turca, ecco rifarsi vivi gli intellettuali europeizzanti. Questa volta l’obiettivo era più alto: non solo l’ortodossia slavo-russa, ma la civiltà cristiana. Fra questi amici dei turchi, moltiplicatisi dallo scoppio del conflitto, vi erano degli scienziati, dei maestri, dei professori, tutti affannati a proclamare che “il mondo musulmano ha introdotto la scienza in quello cristiano. Il mondo cristiano affogava nelle tenebre dell’ignoranza, mentre presso gli arabi già splendeva la scienza”.

Dostoevskij coglie subito il punto: la causa dell’ignoranza è il cristianesimo. “Ne deriva perciò che l’islamismo è la luce, e il cristianesimo il principio delle tenebre”.  Tuttavia pone una domanda se “l’islamismo è tanto illuminato in confronto del cristianesimo, perché hanno spento così presto la loro fiaccola?”.

Anche in tema di religione i musulmani, ad avviso di scienziati e professori, se la passano meglio.  Il loro monoteismo, il loro principio dell’unità di Dio è puro, mentre il cristianesimo con la sua Trinità… Anzi proprio questo, in una Russia dove il popolo era ancora profondamente cristiano, costituiva il cavallo di battaglia di molti amici dei turchi. Lo slavofilo Fedor non s’impanca in una discussione teologica, ma si appella al popolo, dal quale l’intelligencija russo si era distaccato, e mette in campo la fede del mugico, che crede pienamente e incrollabilmente nell’unità di Dio e al tempo stesso sa che “Cristo, il suo vero Dio, nacque da Dio Padre e si incarnò attraverso la Vergine Maria”. Questi rappresentanti dell’intelligencija erano gli stessi che filavano il perfetto accordo col pastore luterano, che sulla questione delle icone tanto venerate dal popolo russo “a nessun costo riesce a capire che si possa, credendo nel vero Dio, venerare nello stesso tempo una tavoletta che rappresenta un santo senza che ne derivi idolatria”.  Né il pastore protestante, né l’intellettuale  distaccatosi dal popolo erano in grado di comprendere  che  “non c’è un solo contadino o una sola contadina russa che, venerando l’icona, nello stesso tempo confondano in qualsiasi modo la tavoletta con Dio, nonostante che il popolo ortodosso nello stesso tempo creda che certe icone siano miracolose. Ma non c’è neppure nessun russo il quale attribuisca la forza miracolosa dell’icona alla stessa icona e non alla volontà di Dio”. In queste tre paginette del suo diario Dostoevskij si lascia trascinare dall’amore per la religiosità del suo popolo e dal desiderio di difenderla abbastanza lontano dal punto di partenza: l’ammirazione degli intellettuali europeizzanti per la religione musulmana, ma prima di chiudere non vuole privarsi del piacere della stoccata finale: “Bisognerebbe ricordare tuttavia il paradiso di Maometto per completare la propria convinzione sulla purezza dei concetti turchi  sull’unità di Dio”.

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