Un Gruppo di Visegrad del Mediterraneo? Sì, è ora! Di Max Ferrari.

Serve e si può fare un “Gruppo Visegrad del Mediterraneo”? E l’Italia dovrebbe farne parte? A tutte queste domande la risposta è sì!

Alla debolezza di Roma nei confronti di Bruxelles e alla pochezza italiana nel Mediterraneo dopo la destabilizzazione della Libia per mano francese sembravano esserci poche vie d’uscita, geopoliticamente parlando, ma la recentissima visita del vicepremier Salvini in Israele, in poche ore,ha aperto nuove vie. Di fronte al leader italiano che ha detto di “credere fortemente” nella realizzazione del gasdotto EastMed che collegherà i giacimenti israeliani e ciprioti alla Grecia e poi all’Italia e a ridosso dello storico meeting di Beersheba tra i leader di Israele, Cipro e Grecia (proprio per dare la benedizione finale alla ciclopica opera) una domanda sorge spontanea: perché non aggiungere Roma all’asse de facto esistente tra Gerusalemme-Nicosia e Atene e trasformare una cooperazione in campo energetico in una alleanza politica? Per una Roma considerata periferia europea si riaprirebbe lo specchio del Mediterraneo, a torto considerato da molti una sorta di appendice dell’Italia Meridionale dimenticandosi secoli di storia in cui il Mediterraneo Orientale fu una sorta di lago veneziano, genovese e pisano, Repubbliche Marinare le cui vestigia sono ancora ben visibili da Costantinopoli ad Israele passando per Cipro.

Anche l’Europa Meridionale i cui interessi e le cui economie agricole e manifatturiere sempre soccombono a Bruxelles di fronte all’asse anglo-sassone-scandinavo avrebbe tutto da guadagnarci, acquisendo nuovo ossigeno e avendo la possibilità di creare intorno a questo nucleo originario un gruppo più vasto di paesi fiancheggiatori. Un po’ quel che è successo con i 4 del Gruppo Visegrad, prima derisi e ora temutissimi da Bruxelles, che hanno riacceso orgoglio e speranze dei popoli dell’Europa Centrale, prima schiacciati dall’URSS e poi dalla UE, che intorno al V4 hanno costruito un consenso più vasto (che tocca anche Austria e Italia settentrionale) e già sfociato nel cosiddetto Visegrad Plus, che conta 11 nazioni.

Un “Gruppo EastMed” o “ICGI” (dalle iniziali dei 4 paesi) farebbe da calamita per tanti altri in Europa (pensiamo ad alcune realtà della ex Jugoslavia, ad una Spagna oggi esclusa da ogni gioco ma dove i “sovranisti” potrebbero presto farsi sentire) ma anche in Medio-Oriente, a cominciare dall’Egitto e da altri paesi dell’area non necessariamente costieri ma importanti per la stabilizzazione di quella che ormai è un’area unica che comprende Mediterraneo-Golfo e Corno d’Africa. Significherebbe la creazione di un centro di potere e decisionale alternativo a Bruxelles e molto più efficace visto che gli attori regionali si parlerebbero direttamente senza intermediazioni di soggetti totalmente alieni all’area. Senza contare che un asse del genere potrebbe sicuramente contare sull’appoggio degli Stati Uniti, potenza navale egemone nel Mediterraneo e nel mondo che, dopo il caos causato dalle “primavere” democratiche di Obama sta lavorando per una stabilizzazione dell’area, ha grande interesse per il progetto energetico EastMed e ha lasciato chiaramente intendere che provocazioni militari nelle acque cipriote e greche (vedi l’episodio della nave della italiana Saipem bloccata dai turchi) non saranno più tollerate. Non a caso nei giorni scorsi Wess Mitchell, assistente del Segretario di Stato Mike Pompeo per l’Eurasia, ha detto ai giornali greco-ciprioti: “Grecia, Cipro e Israele sono Paesi importanti per noi perché stabili, democratici e alleati dell’Occidente in una regione dove non ci sono molti possibili partner stabili e democratici”. Mitchell ha poi aggiunto che la sicurezza energetica e la diversificazione sono obiettivi chiave e ha sottolineato, perché Ankara intenda, come il legittimo governo di Cipro abbia tutto il diritto di sviluppare le proprie risorse.

Detto questo è però errato descrivere (come fanno molti media) il gasdotto in questione come un’opera contro la Turchia o contro la Russia. I quantitativi di gas cui si parla sono per noi interessanti per diversificare le fonti e tentare di abbassare i prezzi ma non fanno neppure il solletico a Mosca il cui dominio nelle pipelines rimane incontrastato (e comunque bene ha fatto Salvini, di fronte a domanda maliziose a chiarire che “prima di tutto per noi c’è l’interesse dell’Italia”). Non è neppure vero che sia una cosa ordita contro Ankara. Fino all’ultimo il governo israeliano ha cercato il dialogo coi turchi e anche Atene e Nicosia hanno fatto di tutto per stemperare le tensioni. Salvini, dal canto suo, ha detto di essere favorevole ad EastMed così come la Lega al governo è stata favorevolissima al TAP, gasdotto che parte dall’Azerbaijan e che, per buona parte, passa proprio attraverso la Turchia. Nessun complotto o preclusione dunque,ma è chiaro che finché sulla questione cipriota (e su quella palestinese) Ankara privilegerà la voce grossa al dialogo, tutto sarà più difficile. Nel frattempo,in attesa di tempi migliori, occorre attrezzarsi e creare sinergie e nuove energie con chi ha una simile visione del mondo. Per questo una sorta di “Visegrad del Mediterraneo” sarebbe da mettere in agenda il più presto possibile.

P.S.: e in Israele cosa ne pensano politici ed intellettuali di un asse con Roma? Per capire quale sia l’interesse di Gerusalemme nell’interagire vis à vis con l’Italia e con altre capitali della cosiddetta “Europa populista” consiglio vivamente la lettura di un magistrale pezzo del Prof. Emmanuel Navon sul sito del Jerusalem Institute for Strategic Studies ( https://jiss.org.il/en/navon-snubbing-matteo-salvini-makes-no-sense/). Illuminante!

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