La seconda guerra anglo-boera: la Gran Bretagna conquista (a fatica) il Sudafrica. Di Fabio Bozzo.

Il XX secolo, per la Gran Bretagna, venne inaugurato delle sue poche imprese coloniali veramente imbarazzanti: la Guerra anglo-boera contro le repubbliche del Transvaal e del Libero Stato d’Orange. Fin dal 1815 il Regno Unito prese il posto dell’Olanda nel controllo della Colonia del Capo, corrispondente all’attuale zona meridionale del Sudafrica, dove viveva una numerosa popolazione bianca di lingua olandese. Il maggior controllo del territorio da parte dei britannici rispetto alla precedente amministrazione e la proibizione della schiavitù imposta da Londra indusse i boeri (termine che significa contadino), caratterizzati da una società libera che mal digeriva qualsivoglia imposizione governativa, ad organizzare il Grande Trek, una migrazione verso Nord mirante a costruirsi una nuova patria indipendente. Fu un’impresa epica dal sapore biblico, che venne portata a termine grazie alla volontà d’acciaio ed alla marzialità calvinista degli afrikaner (nome con cui si autodefinivano i boeri). Alla fine dell’epopea, durata circa dal 1830 al 1850 e caratterizzata da territori selvaggi e battaglie contro le sterminate tribù nere, i boeri fondarono le suddette repubbliche.

I rapporti tra afrikaner ed Impero Britannico furono difficili fin da subito. Da un lato gli appetiti di Londra erano chiari, dall’altro i boeri (gelosi della loro unicità linguistica e religiosa) imponevano leggi discriminatorie agli inglesi in cerca di fortuna nei loro territori. Se si fosse trattato di un altro territorio africano non ci sarebbero state difficoltà ad una sbrigativa soluzione coloniale, ma stavolta la leadership britannica era divisa sul da farsi. I boeri non erano una qualunque popolazione tribale arrivata a stento all’età del ferro, tantomeno un potentato asiatico retto da un autocrate vestito di seta che brutalizzava una massa di schiavi abbrutiti. Stavolta Londra aveva a che fare con dei bianchi, parlanti la lingua di una Nazione quasi alleata (i Paesi Bassi), che si erano dati delle leggi ispirate a principi democratici e per di più di fede protestante. Tutte queste condizioni fecero sì che i tentativi, anche armati, di inglobare il Transvaal e l’Orange all’Impero britannico non fossero condotti con la dovuta determinazione, venendo quindi respinti dai boeri.

Sfortuna volle che nel pieno dell’espansione coloniale britannica nel Transvaal venisse scoperto l’oro. A quel punto la brama di conquista, coadiuvata da alcuni errori diplomatici boeri, vinse gli scrupoli morali. La guerra del più grande Impero della storia contro due piccole repubbliche abitate da contadini esplose nel 1899, concludendosi nel 1902. Contro ogni aspettativa il conflitto fu durissimo.

La Seconda Guerra Boera (la Prima, del 1880, fu una limitata incursione inglese respinta dagli afrikaner) nell’immaginario della leadership britannica avrebbe dovuto essere una classica impresa coloniale, sebbene più impegnativa vista la natura del nemico, composto da bianchi e non da tribù primitive. Si trasformò invece in una guerra moderna dagli esorbitanti costi umani ed economici, che sarebbe durata quasi tre anni.

Sulla carta il confronto era impossibile: 87.300 miliziani boeri (compresi circa 6.300 volontari stranieri, 250 dei quali italiani) contro circa 347.000 soldati dell’Impero Britannico. Anche nelle artiglierie la differenza era abissale, sebbene gli afrikaner riuscissero ad acquisire un certo numero di superlativi cannoni tedeschi Krupp, attraverso il Mozambico portoghese, e catturare molti pezzi inglesi. Punti di forza dei boeri furono l’incredibile mobilità delle loro truppe a cavallo, contrapposta alla lentezza britannica, la conoscenza del territorio e l’incredibile mira dei singoli combattenti con il fucile. Tale fu la maestria dei tiratori nemici che proprio in questa guerra l’esercito britannico abbandonò definitivamente la gloriosa giubba rossa per adottare la più moderna e mimetica uniforme kaki. Da parte loro i britannici potevano contare sulla superiorità numerica, su una potenza di fuoco assai maggiore e su rifornimenti di uomini e materiali quasi inesauribili.

L’inizio del conflitto fu sorprendentemente negativo per le forze di Sua Maestà, che subirono l’attacco a sorpresa boero ed a stento evitarono un’invasione in profondità delle colonie del Capo e del Natal. Una prima controffensiva generale britannica fallì, a scorno della credibilità imperiale. A quel punto la direzione delle operazioni in Sudafrica passò ai generali Frederick Roberts (1832-1914), un valente soldato amato dalle truppe, ed Horatio Kitchener (1850-1916), il conquistatore del Sudan ed icona vivente del colonialismo britannico nel senso militare del termine.

Formidabile organizzatore, Kitchener ridiede spirito ad un esercito in crisi e, grazie ai rinforzi ricevuti, lanciò un attacco su tutto il fronte. Di fronte ad un nemico meglio guidato ed in sovrannumero gli afrikaner non poterono che combattere eroicamente e subire dure sconfitte. Entro la fine dell’anno 1900 le due repubbliche sudafricane non furono più in grado di mettere in campo eserciti degni di questo nome, tanto che negli ambienti militari del Regno Unito si ritenne prossima la fine delle ostilità. Sbagliavano, poiché i boeri sciolsero le grandi formazioni, spezzettandole in piccoli commando a cavallo, che per due anni avrebbero impegnato i britannici in una costosissima guerriglia.

Veloci, ottimi conoscitori del territorio e forti dell’appoggio della popolazione, questi circa 30.000 guerriglieri misero in crisi le forze imperiali, impreparate a questo genere di combattimenti. Londra arrivò a dover occupare Transvaal ed Orange con ben 250.000 soldati, molti dei quali ripartiti in unità di cavalleria con compiti di controguerriglia. Infine Kitchener, che personalmente nutriva rispetto e forse simpatia per gli afrikaner, prese una drastica misura. Essendo i civili il “polmone” dei commando nemici il generale britannico fece deportare l’intera popolazione boera in campi di concentramento gestiti dall’esercito, al fine di isolarli dai combattenti e minacciarne la deportazione oltremare. Le fattorie sparse sul territorio vennero bruciate, mentre enormi porzioni di territorio sudafricano furono sigillate da lunghissimi sbarramenti di filo spinato, aventi lo scopo di costringere i commando a cavallo in settori sempre più piccoli.

Posti di fronte all’asfissia della guerriglia ed al rischio di deportazione totale i boeri dovettero arrendersi. Il conflitto era costato 22.092 caduti ai vincitori e circa 6.000 agli sconfitti.

I termini imposti da Londra furono nel complesso generosi, miranti non a punire i vinti ma ad inglobarli nel sistema imperiale. Tuttavia la deportazione dei civili nei lager ebbe terribili conseguenze, in quanto le pessime condizioni igieniche causarono una serie di epidemie, che uccisero ben 27.927 prigionieri su un totale di circa 115.000. In massima parte si trattava di donne e bambini. In seguito molti storici antinglesi hanno visto in questa tragedia una volontà genocida da parte della leadership dell’Impero. Si tratta di un’accusa ingiusta, forse anche calunniosa. Gli obbiettivi (assai discutibili) di Londra erano l’oro e l’assimilazione dei bianchi sudafricani, non il loro sterminio. La prova di ciò è che nelle stesse epidemie che falciarono gli afrikaner perirono circa 14.000 soldati britannici, vittime anch’essi del pessimo servizio sanitario militare dell’epoca. Inoltre appena la pace venne firmata tutti i civili furono liberati ed economicamente aiutati dal Governo a rimettere in piedi le loro vite. Ciò dimostra che nel disastro dei lager, militarmente necessario, i britannici furono colpevoli sì di incompetenza criminale, ma non di genocidio premeditato.

Ma fu nell’immediato dopoguerra che gli inglesi diedero una delle più incredibili dimostrazioni di intelligenza politica, tale da far comprendere su quali solide basi morali ed amministrative abbiano potuto edificare e governare i loro immensi domini. Oggettivamente ammirato dal valore dei boeri ed in fondo imbarazzato per il dolore arrecato al popolo afrikaner, il Governo imperiale non si limitò ad imporre una pace generosa ai nuovi sudditi. I prigionieri di guerra poterono rientrare in patria e i debiti di guerra furono coperti da Londra, mentre le due ex repubbliche avrebbero mantenuto la loro specificità linguistica e parte dell’autonomia amministrativa. Ancor più importante, tutti i boeri che avessero giurato di non riprendere le armi contro il Regno Unito sarebbero potuti accedere ai ranghi dell’amministrazione civile e militare dell’Impero, divenendo veri cittadini britannici aventi diritto di voto. Su queste basi le due ex repubbliche ottennero l’autogoverno entro il 1907,  appena cinque anni dopo la fine delle ostilità, mentre l’afflusso nella Provincia del Capo di un gran numero di coloni britannici pose le basi per la nascita del Dominion del Sudafrica, una nazione indipendente al pari di Canada ed Australia, che sarebbe arrivato ad avere cinque milioni di cittadini europei, tre boeri e due anglosassoni.

Se ancora oggi il Sudafrica rappresenta quanto ci sia di meglio nel triste panorama geopolitico del Continente Nero (e tale resterà fino a che i nefasti Governi a guida bantu non espelleranno o stermineranno la minoranza bianca), in gran parte lo si deve alla sagacia imperiale britannica.

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