News. Libri consigliati. ‘Mayrig’, di Henri Verneuil, a cura di Letizia Leonardi.

Il testo.
Il testo.

MAYRIG

 Nella vicenda tragica del genocidio armeno (1915-1918), ciò che colpisce non è solo l’entità dei morti che sono stati quasi 2 milioni, non è l’ostinazione con la quale la Turchia ha voluto ignorare questo massacro ma sono le storie che si celano dietro la storia di un popolo sterminato. Mayrig, romanzo biografico, scritto dal regista Henry Verneuil, è una delicata poesia: un racconto intimo e accorato, una sorta di testamento spirituale che questo grande autore, scomparso nel 2002, ha lasciato in eredità. È la Storia di una famiglia armena, un tempo agiata, scampata al genocidio ed emigrata a Marsiglia. Per vivere aprono una camiceria in rue Paradis 588. Il ragazzo, Azar-Achod (Verneuil stesso), diventerà un commediografo e regista di successo. In particolare il ricordo del protagonista si concentra sulla figura della madre (“mayrig”, in armeno) e dei tentativi per sopravvivere in un ambiente inizialmente molto ostile.  Attraverso la vicenda biografica emergono i riflessi della tragedia del genocidio che distrugge la popolazione, che mira a spazzare via le tradizioni e la storia di un popolo. L’orrore e la speranza di una famiglia che con dignità è stata capace di dimenticare gli agi per affrontare una nuova vita di umiliazioni con il sorriso sulle labbra e con la forza dell’amore. Il male peggiore dell’esiliato è la nostalgia di ciò che ha perduto e il rimpianto che gli fa stringere il cuore e che gli fa ricordare cosa era un tempo in confronto alla brutalità del presente. Tenero e toccante l’inizio del testo con il protagonista che racconta i suoi momenti accanto alla madre sul letto di morte.

Sta morendo. Discretamente così come ha vissuto, senza disturbare nessuno. La guardo distesa nelle sue lenzuola bianche, dolce, ordinata, serena nella sua solitudine davanti alla morte, perché adesso so che si muore soli. Perché in questo istante di dolore estremo, il mio corpo colmo di lacrime che aspettano solamente una piccola scossa per spargersi sulle mie guance, perché ho pensato per un momento a quelle grandi tragedie dove i personaggi pronunciano le ultime definitive parole e aspettano il finale della scena per chiudere per sempre gli occhi?

È un contrasto che adesso mi indigna. L’ingranaggio del corpo è prostrato. L’insieme delle arterie, dei vasi sanguigni, delle vene si rifiuta di portare il sangue al cuore o al cervello, e in questo istante di semi coma si vorrebbe che tutto si svolgesse come in Racine o in Shakespeare. No, mia madre non parlerà più. Il suo povero corpo smagrito, scosso da una respirazione corta e irregolare, prova disperatamente a nutrirsi di un poco di ossigeno per restare ancora un momento con me.

Malgrado  i suoi dieci chili persi, è là, la mia grande “lady” dell’amore familiare, con la sua pelle liscia di ragazza, senza una ruga. Quando le si faceva un complimento per questa assenza di tracce del tempo,  rispondeva con un po’ di civetteria: “Sapete che non ho mai utilizzato trucco, neanche cipria. Mai! Sono tutti questi prodotti chimici che rovinano la pelle”.

Spesso avevo sentito dire di un malato grave:  “Oh! Se lo vedevate, era diventato irriconoscibile”! 

E io pensavo che era molto triste essere condannato al baratro dell’oblio sol perché si è cambiato di aspetto e di peso. Aveva dovuto lasciare ben poca cosa nel nostro ricordo, questo “irriconoscibile”, mentre si era al suo fianco, sia che si parlava o che si rideva con lui, poiché tutto si era sciolto nei pochi chili di carne che erano partiti. 

Lo spettro della morte non può niente con quelli che possiedono questa suprema grazia che preserva la piccola luce interiore, finché restano loro ancora gli occhi, lo sguardo e il sorriso.

Dall’alto dei suoi quasi cento anni di amore, di devozione e di tenerezza, mentre sta per chiudere la grande parentesi della sua vita, è là davanti a me, la mia vecchia mamma, immutata, intatta. È solo diminuita di volume. Tutto qui.

Ed è dagli ultimi istanti di vita della sua Mayrig che l’autore ripercorre a ritroso la storia da emigranti, della sua famiglia, vista con gli occhi di un bambino. Dal viaggio su un cargo a quel timbro sospeso sopra i documenti che gli avrebbe permesso di ricominciare a vivere. E l’ostilità di un Paese straniero non intacca la bontà d’animo di queste persone comunque grate alla gente che li aveva accolti. Commoventi anche gli altri protagonisti del romanzo: il padre (Hagop) e le due devotissime zie (Anna e Kayané).

Denso di significati anche il pezzo della mattina di quello che sarebbe stato il primo giorno di scuola del nostro protagonista, una scuola, quella che andava a frequentare, la migliore e la più cara di Marsiglia che avrebbe dato il piccolo Achod un brillante futuro.

Passando davanti al divano, notai improvvisamente che il letto di mio padre non era disfatto. Era evidente che quella notte non ci aveva dormito.

Appoggiato alla ringhiera del nostro piccolo balcone, provai a trovare una ragione logica a questa assenza completamente anormale, ma il suo comportamento insolito di quella notte mi sembrò inspiegabile. 

In basso, la via Paradis si svegliava lentamente. I passanti erano ancora pochissimi, ma i tram circolavano già sulle loro rotaie con le loro lunghe pertiche che si drizzavano obliquamente per partire e cercare la corrente su dei grossi cavi che quadrettavano il cielo.  Ogni tanto, la puleggia fissata all’estremità di queste pertiche, strusciavano in un incrocio di fili della linea aerea, facendo un crepitio e una pioggia di scintille che proiettava i suoi luccichii incandescenti davanti ai miei occhi abbagliati dal grande mistero dell’elettricità. 

Un tram si fermò.

Un uomo scese barcollando pesantemente. Dall’altezza del mio quarto piano, distinsi solamente il contorno sommario del suo profilo curvato, ma l’uomo sembrava rotto in due per la sofferenza. Fece alcuni passi verso un platano, incollò la sua schiena contro l’albero, come per attingere un po’ del suo vigore, e, lentamente, raddrizzò la sua colonna vertebrale. Per un lungo momento, l’uomo e l’albero restarono confusi poi, la testa piegata sul suo petto, l’uomo attraversò la via con passi pesanti, ed uscì dal mio campo visivo.

La porta della nostra camera si aprì.  E l’uomo curvato del mio balcone entrò. 

Era mio padre.

Quel buon genitore lavorava la notte per consentire al figlio gli studi migliori.

Ma non andiamo oltre nella descrizione di questo romanzo che offre tanti spunti di riflessione, perché dietro ai fatti narrati non c’è solo la Storia, le questioni politiche e geografiche ma ci sono persone con sentimenti e stati d’animo talvolta, difficili da immaginare.

“Mayrig” è un romanzo-verità di cui finora non esisteva una versione italiana e che ho voluto tradurre dal francese dopo aver visto il film in due parti (dello stesso autore): “Quella strada chiamata Paradiso”, mai uscito nelle sale cinematografiche italiane seppur trasmesso talvolta dalla Rai, relegato ad orari marginali, come tutte le cose preziose e delicate in palinsesti sempre più spesso incentrati sul chiasso e sul clamore.

 

Letizia Leonardi

 

 

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