GUERRA E SATIRA: MATITE IN PRIMA LINEA

Una vignetta di Carloforte

GUERRA E SATIRA: MATITE IN PRIMA LINEA

L’arma dell’ironia offre nuove sintesi fatte di paradossi, situazioni surreali e consente  all’artista di dotarsi di un’arma critica,  icastica e dinamica  che gli  permette di manifestare il suo impegno politico

di Alfio Krancic

E’ con la Rivoluzione Francese che nasce la satira politica moderna. E’ nella dissoluzione dell’ Ancien régime, nella creazione dei partiti politici, nei conflitti fra fazioni, nel fiorire dei giornali rivoluzionari, che danno voce e, soprattutto, formano la cosiddetta “opinione pubblica”, che cominciano a circolare le prime illustrazioni  satiriche. Un modo popolare e popolano per dileggiare il ‘vecchio mondo’ che sta scomparendo. Si usa questo strumento visivo, comprensibile  per chi non sa né leggere né scrivere, per attaccare  l’odiato “nemico interno”, i nemici di classe:  il clero e l’aristocrazia. In un secondo momento si passerà al “nemico esterno”. Quello che apparirà alle frontiere e a Valmy  sotto la  forma di coalizione anti-rivoluzionaria e anti-napoleonica poi. Si può dire, quindi, che la satira moderna abbia ricevuto il suo battesimo all’ombra delle ghigliottine e al suono cupo dei cannoni. Questo “imprinting” se lo porterà dietro durante tutto l’Ottocento, seguendo con occhio ora compiaciuto, ora critico  e sbeffeggiante, le campagne risorgimentali e le prime spedizioni coloniali. Ma è con la Prima Guerra Mondiale che la satira, insieme ai fanti, viene mobilitata. Del resto la satira per sua natura si nutre di  polemica e pòlemos significa appunto guerra.  Celebri rimangono ancora oggi i disegni pacifisti di Giuseppe Scalarini, in verità poco satirici, ma di grande impatto emotivo sulle pagine de l’ “Avanti!”; mentre da “Il Popolo d’Italia” rispondeva, con vignette interventiste, Cipriano Efisio Oppo. Altri artisti si cimenteranno, in seguito, attraverso  questo linguaggio che pare aprire nuove possibilità narrative alle immagini: oltre Oppo ci saranno Mino Maccari, Mario Sironi e poi un giovane Leo Longanesi. L’arma dell’ironia offre nuove sintesi fatte di paradossi, situazioni surreali e consente  all’artista di dotarsi di un’arma critica,  icastica e dinamica  che gli  permette di manifestare il suo impegno politico. La useranno ampiamente le riviste politico-letterarie “selvagge” e “strapaesane” del primo dopoguerra, con risultati straordinari. Passato il periodo  turbolento degli anni Venti, il Fascismo normalizzò la sua spinta rivoluzionaria, e di ciò ne risentì anche la satira che da arma da taglio politica  scivolò nelle più tranquille ed ovattate atmosfere della satira di costume e dell’umorismo. In quegli anni fiorirono molte e seguitissime riviste: “Il Bertoldo”, “Il Guerin Meschino”, “Il Marc’Aurelio”, “Il Travaso delle idee”. Molti disegnatori antifascisti, che avevano pubblicato le loro vignette su fogli socialisti e anti-clericali come  “L’Asino” e “Il Becco Giallo”, trovarono lavoro nelle testate di cui sopra: il già citato Scalarini, Gabriele Galantara, Manca ed altri ancora. Insomma il regime, trovato l’equilibrio e il consenso interno, si poteva permettere anche qualche velata ed ironica critica. Nemmeno la Guerra d’Etiopia (1935-1936) risvegliò più di tanto i bollenti spiriti guerrieri della satira. Le vignette dell’epoca preferivano rappresentare i baldi legionari in camicia nera intenti ad incrementare demograficamente le terre dell’Impero appena conquistate, facendo nascere paffuti e vispi  marmocchi bianchi da graziose “faccette nere”. Una certa rinascita risveglio, la si cominciò a notare, invece, durante la Guerra Civile Spagnola (1936-1939): famosa la vignetta che dileggiava la notevole  presenza internazionale di combattenti nella Repubblica. Un ufficiale italiano a rapporto dal suo superiore che dice: “Signor colonnello, oggi abbiamo fatto prigionieri 1000 rossi: 350 inglesi, 250 francesi 150 americani, 150 messicani, 99 russi e uno spagnolo!” Ma è con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale che la satira riprende il suo ruolo più consono di arma politica. E lo riprende quando il conflitto, oltre che  militare assume via via  un profilo decisamente e marcatamente ideologico. Da Casablanca, Roosevelt e Churchill lanciano ai paesi dell’Asse l’ultimatum dell’  “inconditioned surrender“, cioè della “resa incondizionata”;  dalla Germania e da Berlino  risponde Goebbels davanti ad un gremitissimo Sportpalast : “Wollt Ihr den totalen Krieg? Wollt ihr ihn, wenn nötig, totaler und radikaler, als wir ihn uns heute überhaupt erst vorstellen können?” La risposta è “!”. Da questo momento inizia la mobilitazione delle coscienze, delle forze produttive e intellettuali per la battaglia definitiva. In Italia, dopo il trauma dell’8 Settembre, con la radicalizzazione della lotta, anche nella RSI la satira ritrova il suo “humus“. Sorgono giornali e riviste, si fanno manifesti in cui si dileggiano i tre capi alleati: Stalin, Roosevelt  e Churchill, raffigurati come pupazzi nelle mani del Grande Puparo, cioè il nemico assoluto: l’ebreo. Oggi, certi disegni, decontestualizzati, ci paiono intrisi di odio e di razzismo. Gli ebrei vengono raffigurati come esseri subdoli, lubrici, con fattezze sub-umane o addirittura come ragni che tessono la loro malefica tela sul mondo. Ma non bisogna pensare che solo dalla parte dell’Asse ci fossero queste rappresentazioni. In America circolavano manifesti in cui i giapponesi venivano presentati come ratti dai lunghi dentoni gialli: esseri immondi da sterminare. La guerra con i suoi orrori non fa sconti. I nemici devono pagare. Da qui le ignominie di Auschwitz, di Dresda e di Hiroshima. I disegnatori di Salò, dunque,  posano la penna d’oca e intingono nell’inchiostro la baionetta. Le loro vignette trovano spazio nei fogli più militanti:  “Sveglia!”, organo delle forze armate repubblicane o su “Il Barbagianni”, rivista di satira nata dopo l’8 Settembre, su “Il Regime Fascista”, su “La Repubblica Fascista”, etc. Fra gli autori spicca il nome di Carloforte. Le sue vignette, viste oggi, sono di una modernità sconcertante sia dal punto di vista grafico che da quello dei contenuti. Di altri autori, purtroppo, non ci sono giunte notizie. Forse alcuni  di loro, essendo mobilitati, sono caduti in guerra o hanno cercato l’oblio dopo la sconfitta. Ma di un autore non si è perso il ricordo: Luigi (Gino) Boccasile. Non si può prescindere la sua attività di pittore e di illustratore dal periodo  della RSI e  della Guerra Civile. A Milano, dopo l’8 settembre 1943, Boccasile non ha dubbi: aderisce alla Repubblica Sociale Italiana ed ottiene l’incarico ufficiale di curare la Propaganda. Produce  incessantemente manifesti.  La guerra civile divampa: Boccasile non si tira indietro, ma radicalizza le sue posizioni. I suoi disegni  parlano da soli: nessuna pietà per traditori e ribelli, resistenza armata all’invasore anglo-americano, unico mezzo, secondo lui,  per riscattare l’onore dell’Italia macchiato dal tradimento di Casa Savoia e di Badoglio. Ancora oggi i suoi manifesti, guardandoli,  evocano e trasmettono  in modo straordinario quelle atmosfere drammatiche e cupe. Arrestato dopo la guerra, venne epurato e incarcerato.Morì circondato dal silenzio nel 1952. A cinquantuno anni.

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