LA FINE DELLA PORTAEREI L’”AQUILA”

La Portaerei 'Aquila' (poco prima della demolizione)

LA FINE DELLA PORTAEREI L’”AQUILA

 di Alberto Rosselli

In seguito al devastante attacco aereo britannico alla base di Taranto (11 novembre 1940), effettuato da aerosiluranti britannici decollati da una portaerei in navigazione nello Ionio, e ai successivi, sfortunati scontri navali di Matapan e Gaudo (28 marzo 1941), i vertici della Marina Militare Italiana compresero finalmente che, nonostante la posizione geografica della penisola – piattaforma naturale protesa nel cuore del Mediterraneo che, per molto tempo, ma a torto era stata ritenuta in grado di fungere da gigantesco aeroporto – il possesso di una o più portaerei sarebbe risultato comunque essenziale per cercare di contrastare la Royal Navy che, proprio grazie al possesso di unità di questo tipo, aveva dimostrato in più di un’occasione di potere dominare a suo piacimento, o quasi, il cosiddetto Mare Nostrum. L’assenza in seno alla nostra Marina di una nave idonea al trasporto di mezzi aerei era stata dovuta essenzialmente alla scarsa lungimiranza dei comandi e dello stesso Mussolini che, tra il 1925 e il 1935, avevano scartato più di un progetto relativo a questa particolare tipologia di nave. Atteggiamento decisamente superficiale che, tra l’autunno del 1940 e i primi mesi del 1941, dovette scontrarsi – come si è detto – con la dura realtà dei fatti e con irrinunciabili, nuove esigenze operative. Fu dunque per queste ragioni che i progettisti di Supermarina iniziarono ad esaminare la questione, rendendosi però conto dell’impossibilità di approntare in tempi accettabili un nave idonea allo scopo: problema che tuttavia venne aggirato attraverso la riconversione di due transatlantici il Roma e l´Augustus, destinati a diventare rispettivamente le portaerei Aquila e Sparviero. La trasformazione del Roma in Aquila – lavoro che procedette in maniera relativamente spedita a causa della penuria di materiali e mano d’opera specializzata – ebbe inizio alla metà del 1941 nei cantieri Ansaldo di Genova (gli unici ritenuti idonei all’impresa) e proseguì fino all’ 8 settembre del 1943. L’armistizio sorprese, infatti, la bella unità ormai allestita al 98 per cento e quasi pronta al varo. La portaerei Aquila dislocava 27.800 tonnellate (a pieno carico), misurava 232 metri di lunghezza, trenta di larghezza e 7,3 di altezza. Essa era dotata di 4 turboriduttori Belluzzo con 8 caldaie “RM” (e 8 eliche) capaci di sviluppare una potenza totale di 151.000 cavalli e di imprimere allo scafo la ragguardevole velocità massima di 30 nodi. L’Aquila, che aveva un’autonomia di 5.500 miglia a 18 nodi e di 1.580 a 29 nodi, avrebbe dovuto ricevere un armamento difensivo decisamente adeguato, composto da 8 pezzi da 135/45, dodici nuovissimi pezzi antiaerei a tiro rapido da 65/54 e ben 132 mitragliere pesanti, anch’esse antiaeree, da 20/65. La nave aveva in dotazione due elevatori e due catapulte ed era equipaggiata con 51 caccia bombardieri monomotori Reggiane Re 2001. L’equipaggio sarebbe stato composto da 1.420 tra ufficiali, marinai, avieri e piloti. Nel settembre del ’43, le forze di occupazione tedesche si impadronirono facilmente dell’unica portaerei italiana (la costruzione della Sparviero era stata infatti abbandonata nella primavera del ’43 per motivi di bilancio e per carenza di acciaio) e, nonostante il notevole avanzamento dei lavori di bordo, ne iniziarono il parziale smantellamento per ricavarne metallo. L’opera di demolizione procedette tuttavia a rilento e successivamente, nel corso del 1944, l’Aquila venne ripetutamente danneggiata (seppure in maniera non gravissima) da formazioni aeree anglo-americane, per poi arrivare al il 19 aprile 1945 quando la nave venne minata e semiaffondata da mezzi d’assalto subacquei (i famosi “maiali” o “siluri a lenta corsa”) della Marina Militare Italiana del Sud schierata a fianco degli Alleati (quelli che, nella notte del 22 giugno 1944, nel porto di La Spezia, avevano colato a picco l’incrociatore pesante Bolzano battente bandiera della Repubblica Sociale Italiana) onde evitare che i tedeschi potessero utilizzare il grosso scafo per bloccare l’entrata del porto di Genova. Anche se la vera ragione fu probabilmente un’altra: gli alleati volevano eliminare la nave per impedire che, a conflitto terminato, l’Italia potesse in qualche modo riutilizzarla. Timore, questo, che in ogni caso sarebbe stato fugato da una precisa e dura clausola del successivo Trattato di Pace che, di fatto, impedì al nostro Paese di  dotarsi di scafi militari di grosso tonnellaggio, come corazzate e appunto portaerei. Terminate le ostilità l’Aquila venne comunque riportata a galla, parzialmente riparata, e sistemata prima nell’area del Porto Vecchio e poi non distante dalla Lanterna. Lasciata mestamente all’ancora per quasi quattro anni, nel 1949 l’Aquila, ormai consunta dalla ruggine e dalla salsedine, venne rimorchiata a La Spezia dove, tra il 1951 e il 1952, fu demolita. E due anni fa (il 20 luglio 2004) a margine della cerimonia indetta in occasione del varo della nuovissima portaerei Cavour, avvenuto presso i cantieri di Riva Trigoso, per la prima volta le alte sfere della Marina Militare Italiana hanno voluto ricordare la triste fine dell’Aquila: la “grande occasione mancata” della vecchia, ma gloriosa Regia Marina.

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