Le operazioni dei sommergibili italiani nel Mar Rosso e in Oceano Indiano (1940-1941). Di Alberto Rosselli.

Il sommergibile Perla in navigazione nel Mar Rosso.
Sommergibile italiano in carenaggio a Massaua (1940).

 Nel maggio del 1940, la Flottiglia Sommergibili italiana di base a Massaua era composta da otto unità: Archimede, Galilei, Torricelli, Ferraris, Galvani, Guglielmotti, Perla e Macallè. Archimede, Guglielmotti, Galvani e Torricelli avevano un dislocamento normale di 1.016/1.266 tonnellate ed erano armati con otto tubi lanciasiluri da 533 millimetri con 14 armi, più un pezzo prodiero da 100/43 e due impianti binati antiaerei da 13,2. Il Galilei e il Ferraris dislocavano invece 985/1.259 tonnellate ed erano armati con 8 tubi lanciasiluri da 533 con 16 armi, più due pezzi da 100/43 e due mitragliere antiaeree da 13,2 singole. Il Perla aveva un dislocamento normale di 696/825 tonnellate ed era armato con 6 tubi lanciasiluri da 533 millimetri con 12 armi, più un cannone da 100/47 e due mitragliere da 13,2. Il Macallè, infine, dislocava 680/848 tonnellate ed era armato con 6 tubi lanciasiluri da 533 con 12 armi, più un pezzo da 100/47 e due mitragliere da 13,2. Nell’arco di circa otto mesi di attività, i sommergibili italiani di base a Massaua svolsero diverse missioni, ottenendo comunque risultati globalmente modesti, soprattutto a causa di ripetuti problemi tecnici di bordo. Le unità italiane operarono prevalentemente in acque relativamente vicine alla base di Massaua, spingendosi raramente in mare aperto. Soltanto durante il primo mese di ostilità, tre unità si trovarono ad incrociare fuori dal Mar Rosso (il Torricelli e il Perla, in agguato nel Golfo di Tagiura, davanti alla base francese di Gibuti; e il Galilei che andò a pattugliare la costa meridionale della penisola araba, davanti ad Aden). Comunque sia, tra tutte le unità che formavano la Flotta Italiana del Mar Rosso (composta, per quanto concerne la forza di superficie, dalla nave coloniale Eritrea; dai caccia pesanti – ex-esploratori – Pantera, Tigre e Leone; dai caccia Battisti, Sauro, Manin e Nullo; dalle torpediniere Orsini e Acerbi; dai Mas 204, 206, 210, 213, 216; dal posamine Ostia; dalle cannoniere Biglieri e Porto Corsini e dagli incrociatori ausiliari – ex-bananiere – Ramb I e Ramb II) furono proprio i sottomarini ad entrare per primi in azione. Questi mezzi costrinsero pertanto la flotta e l’aviazione britannica di base a Porto Sudan, Aden e Berbera (Somalia inglese) a mobilitare parecchie forze, per sventare eventuali e molto temuti attacchi italiani contro il frequente traffico mercantile tra i porti dell’India e quelli egiziani che, giocoforza, doveva percorrere lo Stretto di Bab-El-Mandeb, il braccio di mare che separa la costa sud-occidentale dello Yemen dalla costa sud-orientale eritrea. Ma come si è detto, la breve avventura bellica dei sommergibili italiani di base a Massaua risultò molto sfortunata e funestata, fino dall’inizio delle operazioni, da alcuni gravi incidenti dovuti soprattutto alle micidiali esalazioni di cloruro di metile provenienti dai primordiali impianti di refrigerazione di bordo. Gli avvelenamenti subiti nei primi giorni di guerra dagli equipaggi del Perla e del Macallè portarono, oltre che alla morte o alla grave intossicazione di molti marinai, addirittura all’incaglio del primo scafo e al naufragio del secondo. Mentre l’Archimede – che secondo i piani avrebbe dovuto operare al largo di Aden – dovette, poche ore dopo la sua partenza da Massaua, rientrare precipitosamente alla base, con una mezza dozzina di morti e intossicati a bordo, proprio a causa della fuoriuscita di cloruro di metile. Non è esagerato affermare che i ripetuti guasti agli impianti di refrigerazione ridussero di molto le loro capacità operative, privando il Comando italiano d’Africa Orientale di un’arma che si sarebbe potuta rivelare molto preziosa anche per scopi tattici e locali, quali la difesa delle coste dell’Impero dall’attacco di unità di superficie della Royal Navy. Va però detto che la scarsità di siluri, di pezzi di ricambio e di nafta, nonché la scarsa cooperazione fornita dalle forze aeree dell’Impero – impegnate strenuamente e sparpagliate su un vastissimo scacchiere – impedirono comunque una proficua espletazione dell’attività dell’intera Flotta italiana di base a Massaua. Nel mese di giugno, il Galilei, che navigava nel Mar Rosso, venne individuato e attaccato con bombe di profondità da un paio di unità cacciasommergibili inglesi. Costretto a riemergere, il Galilei venne abbordato dalla corvetta Moonstone e catturato con tutto l’equipaggio. Malauguratamente, i marinai britannici riuscirono a mettere le mani sui codici cifrati e sui documenti operativi dell’unità, comunicando così alle basi di Porto Sudan e Aden l’esatta posizione delle altri navi italiane. E fu così che, tra il 22 e il 23 giugno, cacciatorpediniere e corvette inglesi non ebbero difficoltà ad intercettare il Galvani e il Torricelli. L’equipaggio di quest’ultimo, tuttavia, riservò al nemico una fierissima resistenza. Costretto all’emersione rapida nello Stretto di Perim, il sommergibile italiano accettò a colpi di cannone e di mitragliere l’impari sfida con tre caccia (Kartoum, Kandahar e Kingstone) e una cannoniera (Shoreham) inglesi. Il comandante Pelosi e i suoi uomini, abbarbicati intorno al pezzo da 100/43 millimetri e alle due “binate” da 13,2 affrontarono il fuoco di 22 canne da 120 e da 102 millimetri e di 25 mitragliere da 20 e 37 millimetri nemiche, riuscendo a danneggiare gravemente la Shoreham. Nonostante il tiro incrociato nemico, Pelosi manovrò in modo da collimare il caccia Kartoum e gli lanciò contro due siluri che centrarono il bersaglio affondandolo. Dopo quasi un’ora di combattimento, l’unità italiana venne anch’essa colpita gravemente e Pelosi, seppur ferito, fece a tempo a mettere in salvo l’equipaggio e ad autoaffondare lo scafo. Dopo questo scontro, i sommergibili italiani superstiti dovettero fare i conti con la scarsezza di nafta e di pezzi di ricambio, limitando giocoforza le loro azioni. Il 13 agosto del ‘40, il Ferraris tentava di intercettare  nel Mar Rosso la nave da battaglia inglese Royal Sovereign, proveniente da Suez, che tuttavia sfuggì all’agguato raggiungendo poi Aden. Il 6 settembre, il Guglielmotti, appostato a sud delle isole arabe Farisan, riuscì invece a silurare e ad affondare la petroliera Atlas. Tra il 20 e il 21 ottobre, il Guglielmotti e il Ferraris tentarono di intercettare un poderoso convoglio nemico (31 piroscafi scortati dall’incrociatore Leander, dal caccia Kimberley, da 5 sloops e protetto da 50 tra caccia e bombardieri di base ad Aden) proveniente dall’Oceano Indiano e diretto a Porto Sudan e Suez. Le due unità non riuscirono però ad incrociare il convoglio che venne a sua volta individuato dai caccia Pantera, Leone e Nullo. Nello scontro con le navi di scorta, il Nullo venne colpito e affondato nei pressi dell’isola Harmil. Nel marzo del ‘41, quando ormai le riserve di carburante erano quasi esaurite e l’esercito inglese, proveniente dal Sudan, era in procinto di sfondare la linea difensiva di Cheren (Eritrea), Supermarina decise di fare rientrare in Europa (nella base atlantica di Bordeaux) gli ultimi quattro sommergibili di Massaua: Gugliemotti, Ferraris, Archimede e Perla, tentando un pericoloso viaggio senza scalo, con periplo africano, di oltre 14.000 miglia. L’impresa, giudicata rischiosissima dagli stessi alleati tedeschi, riuscì invece perfettamente. Tra il 1° e il 3 marzo, i quattro sommergibili (il primo fu il più piccolo Perla) lasciarono Massaua e, uno dopo l’altro, circumnavigando il continente africano,  raggiunsero la base italiana di Betasom (Bordeaux). Il Guglielmotti ci mise 64 giorni e il Perla (che nelle acque del Madagascar venne rifornito di nafta dall’incrociatore corsaro tedesco Atlantis) ne impiegò ben ottanta.

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