1942: ALPINI TEDESCHI SULLA CIMA DEL MONTE ELBRUS

Vetta del Monte Elbrus (Caucaso). Alpini Tedeschi issano la bandiera del Reich

1942: ALPINI TEDESCHI SULLA CIMA DEL MONTE ELBRUS

 

di Alberto Rosselli

 Il 31 luglio 1942, subito dopo la conquista di Rostov, il comandante in capo del Gruppo Armate A, il feldmaresciallo Wilhelm von List, chiamò a rapporto il generale Konrad, responsabile del 49mo Corpo da Montagna. List spiegò a quest’ultimo che era nelle intenzioni del Comando Supremo di Hiltler avviare – nell’ambito del Piano “Blau” (progetto strategico che contemplava l’occupazione dell’intera regione transcaucasica) – l’Operazione “Stella Alpina”. Tale manovra avrebbe contemplato degli alti passi del Caucaso dai quali in un secondo tempo le truppe da montagna tedesche e rumene avrebbero investito i porti russi del Mar Nero di Novorossisk, Tuapse e Suchumi: località che sarebbero state simultaneamente attaccate lungo la costa dall’Armata Ruoff, nella fattispecie dal 57mo corpo corazzato del generale Kirchner. Per la realizzazione del piano, risultava quindi essenziale l’immediato trasferimento del 49mo Corpo da Montagna nell’area di Majkop e di Armavir dalla quale partivano le strade che portavano ai valichi della catena occidentale caucasica. Konrad, le cui truppe someggiate si trovavano a metà strada tra Rostov e Tikhorezk, marciò quindi a tappe forzate fino ai contrafforti della catena  e alla grande valle del Kuban. Nel 1942, le conoscenze da parte tedesca circa la transitabilità dei passi caucasici erano molto frammentarie. L’estesa catena montuosa, che si estende da nord-ovest a sud-est formando la cerniera che separa la Transcaucasia dalla Ciscaucasia, oltrepassa con le sue vette estreme i 5.000 metri di altitudine e risulta valicabile soltanto attraverso anguste selle situate a quote comprese tra i 2.500 e i 3.000 metri di quota, transitabili soltanto tra maggio e settembre. Alle truppe di Konrad rimanevano dunque meno di due mesi per risalire il Kuban, guadagnare attraverso ripidi sentieri i contrafforti dominanti i villaggi di Teberda e Uchkulan, battere la resistenza dei reparti sovietici e conquistare i valichi di Dombai-Ulgen (3.007 metri) e il Klukhor (2.816 metri). La prima parte di questa difficile operazione si svolse senza intoppi. Ai primi di agosto, il 49mo Corpo aveva già raggiunto le località di Tscherkessk, Mikojan Schachar e Teberda, spingendosi fino ai piedi del massiccio dell’Elbrus. Konrad fece proseguire i suoi uomini lungo le mulattiere che portavano ai passi. Poi, il 5 agosto, egli ordinò la formazione di una speciale compagnia di alpini alla quale affidare il compito, assai prestigioso, di conquistare il fianco occidentale e meridionale del massiccio dell’Elbrus. Buona parte degli scalatori tedeschi coinvolti nella spedizione vantavano diverse imprese compiute prima dello scoppio della guerra nella regione alpina e perfino sulla catena himalayana. Due giorni prima della partenza del gruppo prescelto, il capitano Groth, che assieme al parigrado Gammerler (appartenente alla 4a Divisione alpina), era stato posto a capo della spedizione, effettuò una perlustrazione del massiccio montuoso a bordo di un ricognitore della Luftwaffe, per individuare il percorso più adatto da seguire. L’eventuale conquista della cima caucasica avrebbe rappresentato per i tedeschi un duplice, importante risultato, sia tattico che propagansitico. Giunti sul ‘tetto’ della catena, essi avrebbero potuto impededire ai russi qualsiasi attacco a sorpresa contro il fianco delle armate impegnate nell’offensiva contro Grozny e i campi petroliferi del Caucaso settentrionale. Oltre a ciò, la conquista dell’Elbrus avrebbe assunto i connotati di un vero exploit utilizzabile dal ministero di Goebbels sempre alla ricerca di notizie sensazionali per tenere elevato il prestigio della Wehrmacht e il morale del popolo tedesco. Ma non è tutto. Come si è detto, l’operazione avrebbe anche facilitato un eventuale attacco contro l’importante scalo di Suchumi, mettendo in grave pericolo le ultime due basi navali di Poti e Bathumi nelle quali si era rifugiata tutta la flotta russa del Mar Nero. E una volta occupate Suchumi, Poti e Bathumi, il governo turco si sarebbe probabilmente schierato dalla parte dell’Asse, rendendo in tal modo molto precaria la situazione sia delle forze sovietiche e britanniche in Azerbaijan, Persia, Medio Oriente e Iraq. A questo proposito, non è azzardato ipotizzare che le forze tedesche provenienti dal Caucaso avrebbero potuto congiungersi, in Palestina o Giordania, con l’armata italo-tedesca del generale Erwin Rommel. Le cose, tuttavia, andarono diversamente, anche perché nell’estate del ‘42, Hitler – sottovalutando il potenziale militare sovietico – volle insistere in un duplice attacco simultaneo contro Stalingrado e nel Caucaso, dividendo e indebolendo le armate del fronte meridionale. Nonostante le suppliche dei suoi generali, Hitler rifiutò anche, almeno fino all’autunno, di richiamare dalla Francia alcune ottime divisioni fino a quel momento inutilizzate: forze con le quali la Wehrmacht avrebbe forse potuto compiere il miracolo. Risulta, infine, inspiegabile il mancato utilizzo nell’area caucasica delle tre affidabili divisioni alpine italiane (Tridentina, Cuneense e Julia) che avrebbero potuto fornire un notevole contributo in ‘alta quota’, ma che al contrario vennero invece utilizzate per presidiare un tratto del Don. Verso la metà di agosto, i tedeschi, con l’appoggio della 2a Divisione da montagna romena, riuscirono a fare notevoli progressi. Il 13 agosto, grazie al sostegno di reparti motorizzati della Divisione granatieri corazzati SS Wiking e di alcuni battaglioni celeri slovacchi, la 4a e la 1a Divisione Alpina attaccarono simultaneamente le posizioni sovietiche situate nella zona delle fonti del fiume Laba e quelle ubicate presso le sorgenti del Kuban. E il 17 agosto, dopo aspri combattimenti, il 98mo reggimento della 1a Divisione, agli ordini del maggiore von Hirschfeld, scalzò definitivamente il nemico dalle sue posizioni d’alta montagna, riversandosi nella valle del Klidsh. La strada per il Mar Nero si spalancava davanti alle galvanizzate ma esauste truppe tedesche. L’obiettivo finale distava infatti appena 40 chilometri. Ma fu proprio a quel punto che i reparti tedeschi iniziarono ad incontrare un’improvvisa quanto tenace resistenza da parte del nemico. Una compagnia esplorante, al comando dello stesso maggiore Hirschfeld, riuscì ancora a guadagnare una dozzina di chilometri in direzione del mare, ma poi fu costretta a ripiegare sotto la pressione sovietica.[1].

Nonostante la battuta di arresto, i vertici della Wehrmacht chiesero a Konrad di intraprendere un’ulteriore manovra offensiva lungo le cime per proteggere il fianco destro dell’Armata di von Kleist, impantanata nei dintorni di Mozdok. Konrad non si perse d’animo e nonostante la carenza di uomnini spedì una piccola ma selezionata compagnia alpina agli ordini del capitano Groth verso le più inaccessibili selle dell’Elbrus, tutte situate ad oltre 4.000 metri di altitudine. La marcia si svolse con notevole regolarità e, nonostante la forte pendenza e i pesanti carichi, gli alpini tedeschi raggiunsero il passo Khotyu-Tau (3.456 metri) che trovarono praticamente indifeso. Davanti agli uomini di Groth si stagliava ora il massiccio dell’Ushba (4.697 metri) e il vasto ghiacciaio dell’Assau (lungo circa 17 chilometri) che sovrastano la valle del Baksan, mentre poco lontano brillava la cima dell’Elbrus. Dopo avere installato un campo ed essersi riposati per una notte, gli uomini si svegliarono proprio mentre il sole iniziava ad illuminare la cima del gigantesco Elbrus: una visione che galvanizzò gli alpini tedeschi e spinse Groth, al quale Konrad aveva precedentemente concesso l’opportunità di guadagnare non soltanto i passi ma, in caso di assenza di reparti nemici, anche la vetta della montagna, a prepararsi per la scalata. Per non creare malumori tra le truppe, venne stabilito che la cordata fosse composta da elementi appartenenti sia alla 1a che alla 4a Divisione Alpina, sotto il comando congiunto di Groth (1a) e del capitano Gammerler (4a). Il tenente Schneider con alcuni compagni venne mandato in avanscoperta per installare un campo base ad una quota più elevata. Giunto a 4.200 metri, l’ufficiale notò, semi sommersa da enormi cumuli di neve, un insolito edificio in cemento armato di forma ovale. Si trattava del grande albergo fatto edificare prima della guerra da Mosca per favorire l’attività dell’organizzazione turistico-sportiva statale “Intourist”. Per evitare brutte sorprese, la pattuglia tedesca si mise al riparo osservando con i binocoli la costruzione sul cui tetto scorsero un osservatorio meteorologico munito di una lunga antenna radio. Accanto alla struttura notarono anche un secondo più piccolo edificio in cemento che in seguito scoprirono essere la cucina del rifugio. Poi si accorsero della presenza di alcuni soldati russi. Gli uomini di Schneider aggirarono di soppiatto la struttura e nel mentre erano impegnati nella manovra, improvvisamente videro sbucare dalle retrovie il capitano Groth che, all’oscuro di tutto, si stava avviando verso il rifugio credendolo abbandonato. Schneider non riuscì a segnalare per tempo il pericolo all’ufficiale: nevicava e il vento era molto forte. Giunto a pochi passi dal rifugio, Groth venne catturato da un paio di soldati russi che lo spinsero dentro l’albergo. Seguì una mezz’ora nel corso della quale Schneider studiò febbrilmente il da farsi. Poi, tra lo stupore generale, i tedeschi videro Groth uscire sorridente dalla costruzione assieme all’intera guarnigione sovietica composta da tre ufficiali e otto cacciatori di montagna kirghisi dagli occhi a mandorla. Gli uomini di Schneider andarono incontro a Groth dal quale vennero a sapere che i russi, dopo una breve trattativa, avevano deciso di arrendersi. In cambio della consegna dell’albergo, Groth concesse ai prigionieri di ritirarsi, disarmati, verso la valle del Baksan. Convinti di avere a che fare con l’avanguardia di un grosso reparto tedesco, i sovietici accettarono di buon grado, non prima di aver invitato gli scalatori del Reich ad un improvvisato banchetto, all’interno dell’albergo, a base di tè e dolciumi. Una volta allonatanatisi i russi, il sergente Steiner salì sul tetto dell’edificio e legò all’antenna dell’impianto meteo la bandiera del Reich, proprio nel mentre raggiungeva l’albergo anche il reparto del capitano Gammerler della 4a Divisione. Riordinata la truppa, Groth dispose il pernottamento nel rifugio e piazzò sentinelle e postazioni difensive alle finestre. All’interno della grande costruzione, i tedeschi trovarono 40 stanze arredate e 150 letti, più servizi, cucine e depositi di viveri, acqua, abbigliamento invernale e combustibile. Gli alpini provenienti dalla lontana Baviera e dalle Alpi austriache non avrebbero mai immaginato di potere usufruire in pieno territorio nemico, e ad oltre 4.000 metri di quota, di un campo base così attrezzato e confortevole per prepararsi all’assalto finale alla più alta vetta del Caucaso. Il 19 agosto, il reparto tedesco riprese la marcia verso la montagna, ma un’improvvisa e violenta tempesta di neve interruppe questo primo tentativo. Anche il giorno seguente, i cacciatori dovettero restare barricati tra le solide mura dell’albergo, mentre fuori continuava ad imperversare uno spaventoso uragano estivo di neve e grandine. Finalmente, il 21 agosto, il tempo migliorò e Groth e Gammerler partirono alla testa di due cordate, una di 16 e l’altra di 5 uomini. Gli alpini lasciarono l’albergo alle tre, ma verso le sei un vento caldo iniziò a soffiare da sud-ovest favorendo una fitta nebbia. Groth, che era al comando della colonna più grossa, fece riposare gli uomini in un piccolo rifugio trovato a quota 5.319. Gli ultimi cinquecento metri di scalata risultarono i più difficili a causa della neve alta, delle formazioni di ghiaccio, della nebbia e della temperatura che all’improvviso scese a meno 30°C. La visibilità non superava poi i 10 metri. Ciononostante, alle 11.00 antimeridiane, l’ultima ripida parete di ghiaccio fu superata e il capitano Gammerler mise piede per primo sul punto che si presumeva essere il più alto della cresta (quota 5.633). Le due cordate si fermarono e il maresciallo capo della 1a Divisione da montagna Kümmerle conficcò l’asta della bandiera da combattimento sulla vetta. Gli altri compagni piantarono i gagliardetti della 1a e della 4a Divisione, quelli con la stella alpina e il fiore di genziana. Una stretta di mano, un applauso, qualche istantanea e subito dopo la formazione iniziò la discesa per non farsi sorprendere dalle tenebre., e dai russi. Mezz’ora dopo, infatti, una ritorno, una compagnia sovietica composta da 100 montanari armati del Pamir, incaricata di rioccupare l’albergo Intourist, giungeva a poche centinaia di metri dalla cima, dovendo però rinunciare all’ultimo balzo a causa di un’improvvisa tormenta.. Fu quindi per un puro caso che l’impresa portata a compimento dagli alpini tedeschi non si tramutò in un sanguinoso scontro ad alta quota. Inutile sottolineare che la scalata dell’Elbrus rappresentò un’impresa alpinistica di primissimo ordine, soprattutto se inquadrata in un contesto bellico come quello della campagna di Russia. Né il risultato di tale impresa tedesca può essere sminuito dalle osservazioni, compiute qualche settimana più tardi, dal dottor Rummler, un pedante giornalista aggregato presso l’ufficio stampa del Comando del generale Konrad. Evidenziando notevole zelo, Rummler dichiarò nullo il record tedesco. Secondo il giornalista, esperto di problemi altimetrici, il maresciallo Kümmerle aveva avuto infatti il torto di conficcare l’asta della bandiera non nel punto trigonometrico più elevato della vetta, bensì su una cuspide ubicata 38 metri sotto la vera cima. Un errore che, curiosamente, venne ripetuto l’inverno successivo, da un gruppo di scalatori sovietici al comando del capitano Gusev (l’alpinista che per primo violò il Picco Stalina di 7.495 metri, la più alta cima del Pamir), incaricati da Stalin di strappare dalla cima dell’Elbrus la bandiera e i gagliardetti tedeschi. Comunque sia, il grande rifugio dell’Elbrus (chiamato anche “Casa dell’Elbrus”) continuò ad essere presidiato da una compagnia mista della 1a e 4a Divisione tedesca fino all’inizio del 1943. E in diverse occasioni il reparto dovette respingere gli attacchi delle truppe da montagna sovietiche intenzionate a sloggiare il nemico dall’’albergo’. Il definitivo abbandono da parte tedesca di questa posizione coincise con l’inizio della grande ritirata dal Caucaso di tutte le Armate tedesche in seguito al disastro che alla fine del gennaio del ‘43 coinvolse la 6a Armata del generale Von Paulus, accerchiata e assediata a Stalingrado da preponderanti forze sovietiche.

 

Note:

 [1] Nello stesso periodo in cui i reparti scelti della 1° divisione alpina di Konrad raggiungevano il passo Kluchor e la cima dell’Elbrus, il 91° reggimento cacciatori della 4° divisione alpina austro-bavarese del generale Egleer riusciva a varcare i passi di Saanciaro (2.600 metri) e Alustrahu (3.000 metri) e ad avanzare, da nord verso sud, verso Suchumi. Il 3° battaglione del 91mo reggimento conquistò addirittura il valico di Bgalar arrivando ad appena 20 chilometri dalle calde spiagge del Mar Nero, venendo infine respinto da imponenti forze sovietiche. Stessa cosa accadde alle punte avanzate del maggiore Hirschfeld, bloccate anch’esse dalla mancanza di rifornimenti nella valle di Klidsh e alla Gebirgs Division Lanz (unità formata dal 13° e 98° reggimento) che dovette arrestare per gli stessi motivi la sua avanzata, non prima però di avere raggiunto il punto più meridionale del fronte caucasico, coiè la vetta del monte Ssamaschcko.

 

 


 



[1] Nello stesso periodo in cui i reparti scelti della 1° divisione alpina di Konrad raggiungevano il passo Kluchor e la cima dell’Elbrus, il 91° reggimento cacciatori della 4° divisione alpina austro-bavarese del generale Egleer riusciva a varcare i passi di Saanciaro (2.600 metri) e Alustrahu (3.000 metri) e ad avanzare, da nord verso sud, verso Suchumi. Il 3° battaglione del 91mo reggimento conquistò addirittura il valico di Bgalar arrivando ad appena 20 chilometri dalle calde spiagge del Mar Nero, venendo infine respinto da imponenti forze sovietiche. Stessa cosa accadde alle punte avanzate del maggiore Hirschfeld, bloccate anch’esse dalla mancanza di rifornimenti nella valle di Klidsh e alla Gebirgs Division Lanz (unità formata dal 13° e 98° reggimento) che dovette arrestare per gli stessi motivi la sua avanzata, non prima però di avere raggiunto il punto più meridionale del fronte caucasico, coiè la vetta del monte Ssamaschcko.

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