RECENSIONI: ‘La Chiesa di Mussolini’

Don Sturzo

 

LA SCONFESSIONE DEL ‘PROGRESSISMO’ DEMOCRISTIANO

 

Durante il congresso del Partito Popolare, che si tenne a Bologna nel giugno del 1919, il segretario politico don Luigi Sturzo respinse la mozione presentata da Francesco Olgiati e Agostino Gemelli, i quali sollecitavano il superamento dell’impostazione aconfessionale, ed espulse tutti i militanti della corrente di Destra in quanto oppositori all’intesa con i socialisti. Le drastiche decisioni, che mutilarono il Partito Popolare, erano in realtà coerenti con il programma ‘progressista’, mutuato dalla Democrazia Cristiana di Romolo Murri, nella quale don Sturzo aveva militato nei primi anni del Novecento. Pur non essendo ostile alle idee dei democristiani, in quella occasione Benedetto XV si convinse della necessità di segnalare la distanza della Santa Sede dalla avventurosa e deviante strategia di don Sturzo. Una tagliente nota, pubblicata dopo il congresso di Bologna dall’autorevole Osservatore Romano, suggeriva, infatti, ai commentatori politici di non confondere la tattica del Partito Popolare con i cattolici d’Italia. Le ragioni che indussero la Santa Sede a prendere le distanze da don Sturzo e dal ‘progressismo’, e quindi a scommettere su Mussolini sono oggetto del pregevole e obiettivo saggio (“La Chiesa di Mussolini”) scritto da  un illustre docente dell’Università Gregoriana, padre Giovanni Sale s. j., e pubblicato da Rizzoli. Padre Sala rammenta che la distanza della Santa Sede dal Partito Popolare aumentò nel 1922, allorquando, deceduto Benedetto XV, il conclave elesse il cardinale Achille Ratti. Il nuovo pontefice, Pio XI, nutriva, infatti, un’idea di partito cattolico “differente da quella sturziana di un partito laico e aconfessionale, che agisce sul terreno della politica autonomamente, ispirandosi ai grandi princìpi sociali della tradizione e della dottrina cristiana, ma senza l’intenzione di servire gli interessi della Chiesa o di servirli”. Papa Ratti fece dunque propria l’indicazione di San Pio X, sfavorevole alla politica democristiana: “I cattolici debbono con ogni industria sforzarsi a far riuscire nelle elezioni coloro che, giusta la circostanza di ciascuna elezione, dei tempi e dei luoghi, sembra che meglio  debbano provvedere nel loro governo, ai vantaggi della religione e della patria”. Alla luce di tutto ciò, Mussolini intuì che il rapporto tra la Gerarchia e il Partito Popolare poteva definirsi compromesso, ragion per cui decise di approfittare dell’opportunità che la circostanza gli offriva. Va comunque ricordato che la strategia politica di Mussolini era, ad ogni modo, in sintonia con il pensiero dei fratelli, Arnaldo ed Edvige, ferventi cattolici e fautori della pace religiosa. Nel documento Linee programmatiche del partito fascista (pubblicato dal quotidiano “Popolo d’Italia” il 9 ottobre 1921) l’intenzione di Benito Mussolini risultava dichiarata dall’esplicito riconoscimento del principio della piena libertà della Chiesa cattolica nell’esercizio del suo ministero spirituale e nell’affermazione della volontà di risolvere pacificamente la questione romana ancora aperta.  Imperdonabile errore di don Sturzo, l’estromissione degli esponenti della Destra cattolica dal Partito Popolare aveva accelerato (involontariamente) l’evoluzione del movimento fascista. La maggioranza degli esclusi aderì infatti al partito di Mussolini, facilitando la liquidazione dall’anticlericalismo garibaldino e massonico professato nell’assemblea sansepolcrista (al riguardo cfr.: Gerlando Lentini, “Il partito popolare italiano 1919 – 1926”, Fede & Cultura, Verona 2009). La politica di Mussolini subì un’ulteriore accelerazione il 5 dicembre del 1922, quando il filosofo Francesco Orestano incontrò il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giacomo Acerbo per proporgli un piano inteso ad avviare trattative per una conciliazione. E non appena il progetto fu approvato da Mussolini, Orestano  incontrò il vicario di Roma, cardinale Pompili, che lo indirizzò a monsignore Tardini, della Segreteria di Stato. Era il 27 dicembre, e dalla marcia su Roma erano trascorsi appena due mesi. Seguì poi una fitta serie di incontri bilaterali, interrotti nel 1924, quando Mussolini giudicò maturo il tempo di uscire allo scoperto e di assumere la guida della trattativa. All’inizio del suo pontificato, Pio XI aveva avanzato serie riserve circa l’ideologia e la prassi del movimento fascista, ma ciononostante non condivise mai l’opinione di don Sturzo, che identificava il fascismo con il panteismo e con il totalitarismo di matrice hegeliana. A persuadere Pio XI ad affidare la difesa dei diritti della Chiesa cattolica ai fascisti piuttosto che ai democristiani fu la dichiarata intenzione di Mussolini di superare le pregiudiziali del liberalismo. Mentre il pensiero di don Sturzo oscillava tra avversione e compromesso con il mondo moderno, Mussolini aveva dichiarato, senza riserva, il ripudio e il superamento delle due facce della moneta rivoluzionaria, l’ingiustizia instaurata dal capitalismo e aggravata dal falso rimedio socialista. A questo proposito si deve smentire la tesi, insistentemente ripetuta dai cattolici progressisti, che nel fascismo covava l’intenzione di ridare vita all’imperialismo pagano. Mussolini affermò, infatti, che “la tradizione latina e imperiale di Roma oggi è rappresentata dal cattolicesimo”. E citando Theodor Mommsen, ribadì che “l’unica idea universale che oggi esista a Roma, è quella che s’irradia dal Vaticano”. Di conseguenza, nel novembre del 1922, il segretario di Stato, cardinale Pietro Gasparri dichiarò che il movimento fascista “è diventato una necessità: l’Italia andava all’anarchia e il Re ha saggiamente agito perché comandare ai soldati di sparare [sui fascisti in marcia su Roma] era dannoso”. La scelta a favore del movimento mussoliniano venne confermata allorquando il Gran Consiglio del fascismo, quasi obbedendo a una indicazione della Civiltà Cattolica [Abbiamo il diritto di dire che in uno Stato nazionale … la massoneria non ha luogo]  vietò ai fascisti l’iscrizione alla setta anticristiana. La condivisione delle idee professate dai cattolici militanti nella scuola milanese di Mistica fascista autorizzano a ritenere che la figura di Mussolini appartenesse alla vicenda del tradizionalismo italiana e non a quella dell’idealismo neo-hegeliano. L’approvazione di Pio XI confermò poi la tesi sull’appartenenza di Mussolini all’autentica tradizione italiana. In ultima analisi, la scoperta della verità circa i rapporti tra Vaticano e regime fascista aiuta a comprendere e a giustificare l’allarme destato da una ‘rinascita democristiana’, fatalmente indirizzata a seguire – in obbedienza al codice genetico del conformismo – il movimento della sculettante modernità sulla strada battuta dal ‘progressista’ Nichi Vendola.

Piero Vassallo

 

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