ESPANSIONE DEL CREDITO E VALORE DEL RISPARMIO. LA TEORIA DEL CICLO ECONOMICO DI LUDWIG VON MISES

 

Ludwig von Mises

 

ESPANSIONE DEL CREDITO E VALORE DEL RISPARMIO.

LA TEORIA DEL CICLO ECONOMICO DI LUDWIG VON MISES

di Carmelo Ferlito

Ludwig Von Mises (1881-1973) è, insieme a Friedrich A. von Hayek (1899-1992), il protagonista dell’ultima generazione della Scuola Austriaca di Economia, quella che ha giocato un ruolo centrale nel dibattito economico della prima metà del Novecento, in particolare sviluppando la cosiddetta Austrian Business Cycle Theory. I lavori più importanti che hanno segnato l’evoluzione teorica di tale apparato esplicativo del ciclo economico sono stati elaborati da Mises[1] e Hayek[2] tra il 1912 e il 1939. A partire dagli anni Sessanta, poi, un general revival che ha coinvolto la scuola austriaca a permesso ulteriori perfezionamenti grazie a Murray Newton Rothbard[3], Roger Garrison[4] e Jesus Huerta de Soto[5]. Daremo qui conto, in forma estremamente sintetica, della versione più semplice e di maggior successo della teoria, quella di Ludwig von Mises, che può essere sintetizzata in modo molto semplice: la causa prima dell’andamento ciclico è la sovraespansione del credito, che può manifestarsi o con un tasso di interesse tenuto artificialmente basso o con l’emissione diretta di moneta e suoi sostituti. In particolare, il denaro a buon mercato favorisce il sorgere di iniziative economiche che, in condizioni normali, non sarebbero giudicate redditizie. Sorge un sistema economico fondato sull’azzardo. “Emettendo biglietti bancari senza copertura in oro o aprendo conti correnti che non sono interamente coperti dalle riserve auree, le banche sono in grado d’estendere considerevolmente il credito. La creazione di questi strumenti fiduciari aggiuntivi permette loro di concedere crediti ben al di là dei limiti tracciati dalle loro proprie disponibilità e dai fondi che sono stati loro confidati dai clienti. Esse intervengono in questo caso sul mercato come “prestatori” di crediti addizionali, creati da loro, e conducono così ad una riduzione del tasso di interesse, che cade al di sotto del livello al quale si sarebbe mantenuto senza il loro intervento. L’abbassamento del tasso di interesse stimola l’iniziativa economica. Di conseguenza, attività che non sarebbero state giudicate “redditizie” se il tasso di interesse non avesse ancora subito l’influenza delle manipolazioni operate dalle banche e che non sarebbero mai state avviate, sono ormai giudicate “redditizie” e possono essere tentate. L’attività accresciuta degli affari conduce ad una domanda maggiore di mezzi materiali di produzione e di mano d’opera. I prezzi dei mezzi di produzione crescono, i salari aumentano, e la crescita dei salari a sua volta ha ripercussioni su quella dei prezzi dei beni di consumo. Se le banche si fossero astenute da ogni espansione del credito e si fossero limitate a quanto avevano fatto, la crescita si sarebbe rapidamente arrestata. Ma le banche non si fermano affatto lungo la strada che hanno intrapreso; esse continuano a dilatare il credito, sempre di più, e tanto i prezzi come i salari continuano a crescere in maniera corrispondente”[6]. Ma questo movimento non può continuare all’infinito, perché sono cresciuti i mezzi monetari ma non i mezzi di produzione e la manodopera. “La società non è sufficientemente ricca per permettere la creazione di nuove imprese senza prendere nulla alle altre. Finché l’espansione del credito proseguirà, di tutto questo non ci si renderà conto, ma tale espansione non durerà sempre. Poiché ricorrendo alla creazione di crediti addizionali sempre più numerosi si voleva tentare d’impedire il brusco arresto della crescita espansiva (e il crollo dei prezzi che ne risulterebbe), quello che si determinerà è un aumento continuo e sempre più rapido dei prezzi stessi. Ma l’inflazione e la crescita non possono continuare senza difficoltà nel caso in cui il pubblico creda che il movimento verso l’alto si fermerà in un prossimo futuro. Non appena l’opinione pubblica è consapevole che non c’è motivo di attendere la fine dell’inflazione e che i prezzi continueranno a salire, interviene il panico. Nessun vuole più tenere il proprio denaro, poiché tale possesso implica perdita giorno dopo giorno sempre più elevate; tutti si sforzano di scambiare denaro contro beni; si acquista ciò di cui non si avrà mai bisogno, senza preoccuparsi del prezzo, al solo scopo di sbarazzarsi del denaro”[7]. Così i prezzi dei prodotti crescono in modo smisurato. “Se al contrario le banche decidono di fermare in tempo l’espansione del credito, al fine di evitare il crollo della moneta, e se il movimento di crescita si trova inceppato in tal modo, si percepisce bruscamente che l’impressione di “redditività” creata dall’espansione del credito ha condotto a investimenti ingiustificati. Numerose imprese o attività che erano state avviate in ragione della riduzione artificiale dei prezzi, appaiono improvvisamente come non più “profittevoli”. Talune aziende riducono le loro attività e altre le fermano del tutto o dichiarano fallimento. I prezzi crollano; la crisi e la depressione che la prolunga nel tempo sono la conseguenza della fase di investimenti ingiustificati che è stata causata dall’espansione del credito. Le imprese che non dovevano esistere, e che sono sembrate per qualche tempo in grado di produrre profitti nelle condizioni fittizie create sul mercato dall’espansione del credito e dall’aumento dei prezzi conseguente, hanno smesso di essere “profittevoli”. Il capitale investito in queste aziende è perduto, dal momento che non è possibile rientrarne in possesso. L’economia deve adattarsi a tali perdite e alla situazione che determinano. In questo caso, si tratta innanzi tutto di restringere i consumi e costituire grazie al risparmio nuovi capitali, al fine di adattare l’apparato della produzione ai bisogni effettivi, e non già ai bisogni artificiali che possono essersi manifestati ed essere considerati come bisogni reali in ragione dei falsi calcoli di “redditività” basati sull’espansione del credito”[8].  Si può osservare come tale sistema esplicativo sia diametralmente opposto al paradigma keynesiano, che vede nella sovrapproduzione la causa delle crisi e insiste sulla necessità di stimolare i consumi e la domanda aggregata per rilanciare il sistema. Qui, invece, si ritiene indispensabile per la ripartenza la formazione di nuovo risparmio. Anche le politiche di stampo monetarista, centrate sulla manovra centralizzata del tasso di interesse, vengono giudicate inefficaci per un rilancio dell’economia. “Nel momento in cui ha luogo un rovesciamento della congiuntura a seguito del cambiamento della politica bancaria, diventa molto difficile ottenere crediti a causa della restrizione generale del credito. Di conseguenza il tasso di interesse cresce molto velocemente sotto l’effetto di un panico improvviso. Di seguito, scenderà di nuovo. È in effetti un fenomeno ben conosciuto che in periodo di depressione un tasso di interesse molto basso – considerato dal punto di vista aritmetico – non riesce a stimolare l’attività economica. La cassa dei privati e delle banche cresce, i capitali liquidi si accumulano, e nonostante ciò la depressione persiste. […]  Alla fine bisognerà che si comprenda che i tentativi di abbassare artificialmente, con l’espansione del credito, il tasso di interesse che si forma liberamente sul mercato non possono condurre che a risultati provvisori, e che la ripresa degli affari che alla fine emergono sarà seguita per forza di cose da una ricaduta più profonda, che si tradurrà in una stagnazione completa dell’attività industriale e commerciale. L’economia non potrà svilupparsi armoniosamente e senza battute d’arresto se essa non rinuncia, una volta per tutte, a influenzare con misure artificiose sui livelli dei prezzi, dei salari e del tassi di interesse, quali risultano dal libero gioco delle forze economiche. Non è compito delle banche rimediare, attraverso l’espansione del credito, alle conseguenze della scarsità dei capitali o agli effetti di una cattiva politica economica”[9]. Questi i tratti essenziali della teoria austriaca del ciclo economico, così come sintetizzati dallo stesso Ludwig von Mises. Quali sono i punti di forza di tale apparato teorico? “Un’adeguata teoria della depressione deve […] allora dare conto della tendenza dell’economia a muoversi attraverso successivi alti e bassi, senza mostrare alcun segno di assestamento, né movimenti più dolci o progressiva approssimazione verso una situazione di equilibrio. In particolare, una teoria della depressione deve rendere ragione dell’enorme massa di errori che compare immediatamente nei momenti di crisi economica e che si protrae durante il periodo di depressione, fino al miglioramento. C’è un terzo fatto generale che una teoria del ciclo deve spiegare. Invariabilmente, gli alti e bassi sono sempre più intensi e severi nelle «industrie di beni capitali», in quelle industrie cioè che producono macchine e attrezzature, quelle che producono materie prime industriali o costruiscono impianti industriali, rispetto alle industrie che producono beni di consumo”[10]. Secondo Rothbard[11], il ciclo non si ferma perché, terminata una fase di depressione, le banche riprendono il loro cammino espansionistico, in ciò sostenute dal cruciale supporto dello Stato. Così, le fluttuazioni non sono la manifestazione di un fallimento del mercato; al contrario, riflettono la naturale tendenza statale a stimolare l’espansione creditizia e l’inflazione. La massa di errori imprenditoriali registrati è dovuta all’abbassamento artificioso del tasso di interesse, che inganna gli imprenditori e favorisce investimenti errati. Infine, la percezione (errata) presso i consumatori di disporre di un reddito maggiore a causa dell’inflazione li porta a spendere il presunto reddito addizionale, accrescendo la domanda di beni di consumo finale a scapito di quella per beni di produzione. La teoria austriaca dimostra dunque di essere in grado di spiegare efficacemente il fenomeno delle fluttuazioni cicliche. Cosa fare, però, per uscire da una crisi? “Cosa suggerisce Mises, diciamo al governo, di fare, una volta che la depressione sia arrivata? Qual è il ruolo del governo nella cura della depressione? Come prima cosa, il governo deve cessare prima possibile di inflazionare. È vero che ciò porterà il boom inflazionistico rapidamente a picco e darà inizio all’inevitabile recessione o depressione. Ma più a lungo aspetterà a far questo, peggiori saranno i necessari riaggiustamenti. Prima il riaggiustamento-depressione è provocato, meglio è. Ciò significa, anche, che il governo non deve mai provare a stimolare malsane situazioni economiche; esso non deve mai fare da garante o prestare moneta a imprese in difficoltà. Facendo questo prolungherà semplicemente l’agonia e convertirà una fase di precisa e veloce depressione in una lente e cronica malattia. […] Il governo non deve far nulla per incoraggiare il consumo, e non deve incrementare la propria spesa, poiché ciò incrementerà ulteriormente il rapporto consumi/investimenti. Solo la diminuzione della spesa pubblica migliorerà tale rapporto. Ciò di cui l’economia ha bisogno non è una maggiore spesa in beni di consumo, ma un maggiore risparmio, per legittimare parte degli investimenti eccessivi causati dal boom[12].  Seguendo l’approccio misesiano è possibile giudicare dal punto di vista tecnico l’attuale crisi economico-finanziaria in modo esaustivo, senza parzialità. La teoria austriaca del  ciclo economico ci consente di individuare nell’espansione creditizia l’alternarsi, più o meno violento, di fasi di crescita e depressione nel sistema economico. Soprattutto, però, la spiegazione austriaca agevolmente ci permette di inserire organicamente all’interno di una generale teoria del ciclo economico il grave fenomeno dell’indebitamento delle famiglie. Infatti, come visto, l’espansione creditizia porta ad un abbassamento del tasso di interesse, a investimenti crescenti e, infine, ad una predominanza delle spese di consumo rispetto alle somme dirette ai beni di investimento. La crescita del debito delle famiglie, orientato a sostenere esagerate spese di consumo (anche i beni domestici di uso durevole non possono essere considerati investimenti in senso stretto), non è dunque una manifestazione a latere delle vicende economiche globali, ma una parte sostanziale e strutturale della generale dinamica capitalistica. La politica internazionale, dunque, compresa quella di casa nostra, farà bene a non insistere più sulla necessità di consumare, indipendentemente dal cosa, come se fossimo macchine voraci destinate a nutrirci di qualsivoglia oggetto ci si pari davanti. Piuttosto, il governo torni ad educare il popolo alla virtuosità del risparmio. Infatti, risparmiare non vuol solo dire incamerare denaro e riequilibrare l’asse consumo-investimento; il risparmio è soprattutto il più grande strumento di solidarietà socio-generazionale. Risparmiare significa credere che un futuro è possibile.


[1] Cfr. L. von Mises, Theorie des Geldes der Umlaufsmittel, Munich und Leipzig, Duncker & Humblot, 1912; tr.it. Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione, Napoli-Roma-Milano, Edizioni Scientifiche Italiane, 1999. L. von Mises, La théorie dite autrichienne du cycle économique, «Bulletin périodique Société belge d’études et d’expansion», vol. 35, n. 103, 1936, pp. 459-464; tr.it. La teoria austriaca del ciclo economico, «Ibl Occasional Paper», n. 60, 11 ottobre 2008.

[2] F.A. von Hayek, Geldtheorie und Konjunkturtheorie, Wien und Leipzig, Hoelder-Pichler-Tempsky, 1929; tr.ingl. Monetary Theory and the Trade Cycle, London, Cape, 1933.  F.A. von Hayek, Prices and Production, London, Routledge & Sons, 1931. F.A. von Hayek, Preiserwartungen, Monetaere Stoerungen und Fehlinvestitionen, «Nationaloekonomisk Tidsskrift», LXXIII, 3, 1935; tr.it. Aspettative di prezzo, perturbazioni monetarie e investimenti sbagliati, in Conoscenza, mercato, pianificazione. Saggi di economia e di epistemologia, a cura di F. Donzelli, Bologna, Il Mulino, 1988, pp. 441-458. F.A. von Hayek, Profits, interest and Investment, London, George Routledge & Sons, 1939.

[3] Cfr. M.N. Rothbard, America’s Great Depression, Princeton, D. van Nostrand, 1963; tr.it. La grande depressione, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006. M.N. Rothbard, Economic Depressions: Their Cause and Cure, Michigan, Constitutional Alliance of Lansing, 1969; tr.it. Le depressioni economiche: causa e rimedio, in La Scuola Austriaca contro Keynes e Cambridge, a cura di S. Ricossa, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2000, pp. 177-199.

[4] Cfr. R.W. Garrison, Austrian Macroeconomics: A Diagrammatical Exposition, Menlo Park, Institute for Humane Studies, 1978. R.W. Garrison, Hayekian Trade Cycle Theory: A Reappraisal, «The Cato Journal», 6, 2, 1986, pp. 437-453. R.W. Garrison, Time and Money. The macroeconomics of capital structure, London and New York, Routledge, 2001.

[5] J. Huerta de Soto, Dinero, Crédito Bancario y Ciclos Economicós, Madrid, Unión Editorial, 1998; tr.ingl. Money, Bank Credit, and Economic Cycles, Auburn (Alabama), Ludwig von Mises Institute, 2006.

[6] von Mises, La théorie dite autrichienne, p. 3.

[7] von Mises, La théorie dite autrichienne, p. 3.

[8] von Mises, La théorie dite autrichienne, p. 4.

[9] von Mises, La théorie dite autrichienne, pp. 4-6.

[10] Rothbard, Economic Depressions, pp. 183-184.

[11] Rothbard, Economic Depressions, pp. 188-189.

[12] Rothbard, Economic Depressions, pp. 195-196.

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