SAN BRANDANO, IL MONACO SUL DORSO DI BALENA

Mappa del viaggio di San Brandano (o Brendano)

 

TRA MITO E STORIA

 SAN BRANDANO, IL MONACO SUL DORSO DI BALENA

 Il mitico viaggio di un abate irlandese e dei suoi confratelli alla scoperta del Paradiso perduto. Tra belve marine e mostri medievali, la storia di una ricerca della Verità oggi più che mai attuale

 di Elena Percivaldi

 Un monaco vissuto nel V secolo in Irlanda si imbarca con quattordici compagni su una nave fatta di legno e di pelli, salpa sull’Oceano e, dopo un viaggio di sette anni, giunge finalmente alla meta, quella “Terra promessa dei santi” la cui esistenza un abate suo parente gli aveva preconizzato. Ammiratene le sue meraviglie e i segreti, torna in patria e muore. Raccontata così, in estrema sintesi, è difficile comprendere come e perché la Navigazione di san Brandano (il titolo originale è Navigatio Sancti Brendani), breve testo anonimo composto in latino in una qualche oscura abbazia tra il IX e il X secolo, abbia esercitato un fascino enorme su tutta la cultura europea, come dimostrano adattamenti, volgarizzazioni, citazioni e suggestioni, ma anche imprese (la più celebre quella di Tim Severin nel 1977, che giunse in America seguendone le orme) ad esso ispirate. Invece esso ha la forza del classico proprio perché, al di là dell’apparente ingenuità della trama (a tratti un po’ naïf soprattutto per un lettore moderno), tocca situazioni, desideri, aspirazioni che caratterizzando da sempre, in tutte le epoche e in tutte le culture, l’essenza stessa dell’uomo. Il rapporto con il divino, la natura e il mistero. Ma anche il tentativo di dominare le avversità, di conoscere: insomma, di andare oltre. Ma chi era Brandano e perché questo misterioso viaggio? Molto poco si sa della figura storica. Non esistono documenti diretti, e gli unici accenni antichi, presenti negli annali e nelle genealogie irlandesi, recano date discordanti. Le fonti principali sono la biografia pervenuta in sette versioni in lingua latina (Vita Brendani) e antico irlandese (Betha Brénnainn), e appunto la Navigatio Sancti Brendani. Entrambi sono però resoconti romanzati di scarso valore documentario. In base ad essi, si può stabilire dunque che Brandano nacque intorno al 484 a Fenit, nei pressi di Tralee nel Kerry ed era imparentato con gli Altraige, abitanti l’area intorno a Kilkenny, nel Kerry. Era membro dell’importante stirpe degli Eóganachta, che detenne il potere nel Munster e in gran parte dell’Irlanda del sud dal V al X secolo. A partire dal 512 fondò monasteri tra cui quello di Clonfert. Morì ultranovantenne intorno al 575 ad Annaghdown. Oggi è sepolto a Clonfert. Il suo culto è diffuso sia in Occidente (il Martyrologium romanum lo celebra il 16 maggio) sia nell’Oriente ortodosso (15 maggio).

Fin qui il personaggio storico. A cominciare dal nome, è però evidente il legame tra la sua figura e il substrato culturale precristiano e celtico. Brendanus infatti è la forma latinizzata di Brénnain, che richiama la divinità Bran e l’eroe Bran Mac Febal, protagonista di un celebre racconto di viaggio. Di lui si dice che è figlio di Finnlug, o Find Loga, cioè di Find di Lug (Luga è genitivo): l’ascendenza con l’omonima divinità celtica è lampante. Tutto ciò del resto non deve stupire. Divinità, usanze e festività di origine precristiana, nel mondo celtico come altrove, non furono completamente e subito azzerate a seguito della cristianizzazione. Erano troppo radicate, soprattutto nelle zone agresti lontano dalle grandi città: gli evangelizzatori le adattarono al loro culto conferendo a questo mondo un significato nuovo. La trama dell’opera è semplice. Dopo aver presentato il protagonista, si narra del suo incontro con l’abate Barinto, il quale lo informa di un viaggio che ha compiuto con il suo discepolo Mernoc alla scoperta della misteriosa “Terra promessa dei santi”: un’isola dove il sole non tramonta mai e non esiste né fame né sete, e l’aria è colma di un profumo meraviglioso. Udito ciò, Brandano decide di salpare per cercarla. Scelti dunque quattordici monaci, dopo un digiuno preparatorio di quaranta giorni la comitiva salpa alla volta dell’isola di sant’Enda. Ricevuta la benedizione, i frati preparano una barca di legno ricoperta di cuoio, il currach, e iniziano un viaggio denso di peripezie che li porterà, per sette anni, a visitare le stesse isole, ogni anno in occasione della medesima festività: l’isola delle pecore, l’isola-balena, l’isola degli uccelli e quella di sant’Albeo abitata da una comunità di frati dedita al silenzio. I frati sono rifocillati grazie all’intervento divino. Navigando, Brandano e i suoi si imbattono in mostri marini, solcano il mare denso per il ghiaccio, assistono a epici scontri tra fiere, sbarcano su un’isola abitata da tre comunità diverse la cui occupazione è cantare in perpetuo i salmi, ricevono in dono frutti enormi in grado di sfamarli con il loro succo. E ancora, si ritrovano in acque trasparenti popolate di pesci, si imbattono in una colonna di cristallo infinita che sorge dal mare e tocca il cielo e vengono aggrediti con proiettili ardenti scagliati da fabbri selvaggi. Giunti alle porte dell’inferno, incontrano Giuda legato su uno scoglio in mezzo al mare: non è la sua punizione eterna ma solo un “sollievo” momentaneo concessogli dalla clemenza di Cristo, visto che di solito egli ribolle come una massa di piombo fuso all’interno della montagna infernale. La compagnia riparte e incontra, su un’altra isola, l’eremita Paolo che sopravvive, rivestito solamente dei suoi capelli e dei peli, grazie all’acqua miracolosa di una sorgente. Rifocillati per l’ultima volta, i viaggiatori giungono alla meta. Qui un giovane predice al santo la morte ormai prossima e lo esorta a caricare la nave di frutti e gemme prima di ripartire alla volta di casa. Giunto in patria, e dopo aver narrato ciò che ha visto, Brandano rende l’anima a Dio. Il contesto storico in cui si svolgono le avventure è quello dell’Irlanda del V secolo, periodo in cui dalla tradizione pagana celtica l’isola passa, lentamente, al cristianesimo. L’evangelizzazione iniziò con la predicazione di due missionari, Palladio e Patrizio che introdussero un tipo di monachesimo diverso da quello benedettino che, contemporaneamente, si stava imponendo sul Continente: non tanto l’esperienza di vita in comunità religiose, quanto il rigido ascetismo di marca orientale portava gli irlandesi a cercare nelle asperità del clima e dell’ambiente la propria spiritualità, identificando nello sterminato oceano quel deserto che aveva accolto asceti come Antonio abate. Quando Palladio e Patrizio iniziarono a predicare, si imbatterono in un contesto sociale singolare. L’Irlanda del V secolo era priva di città: la sua ossatura era costituita da un insieme di genti e tribù (in irlandese, tuatha) indistinte territorialmente ma sparse sull’isola a macchia di leopardo. Ogni tuath aveva un capo, il ri, ed era estremamente mobile. Il monaco irlandese, lasciando la tribù per Cristo, ricercava invece l’isolamento e viveva in condizioni di inferiorità. Dapprima guardato con sospetto, col tempo guadagnò reputazione: la sua scelta era infatti assimilabile al martirio (il “martirio verde”), privo di carattere violento ma basato sulla contestazione delle ingiurie dei potenti e sull’annuncio della Parola tramite la profezia. Il monaco acquisì quindi via via prestigio finendo per essere considerato un deorad Dé, un esule di Dio: rappresentante in terra di Dio e dei santi, assunse infine un ruolo di vertice nella società godendo di un carisma pari a quello di un sovrano o di un vescovo. Nei primi decenni del VI secolo le scorrerie germaniche obbligarono alcuni clan e le relative comunità a rifugiarsi verso nord, in Scozia, oppure oltre Manica, in Bretagna. Ma terminato il pericolo, verso la metà del 500 il monachesimo irlandese conobbe la ripresa: molti cenobi furono ricostruiti, altri vennero fondati ex novo per diventare a loro volta centri propulsori di una nuova evangelizzazione. Tra VIII e IX secolo le zone periferiche dell’Irlanda si rivestirono di eremi fondati in luoghi impervi in ottemperanza al dovere, imposto al monaco, di recarsi in esilio in altri paesi per evangelizzarli, rinunciando alla propria “patria” e compiendo un pellegrinaggio di avvicinamento a Dio. Così come per gli eremiti orientali il ritiro spirituale avveniva tra le rupi aride della Tebaide, per gli irlandesi il disert erano le verdi praterie e l’oceano. Entro la fine dell’VIII secolo raggiunsero l’Islanda e la colonizzarono fondando comunità che furono cacciate solo dalla furia dei Vichinghi. In questo ambiente fiorì anche una vasta produzione letteraria. Ma accanto alla cultura monastica sopravviveva l’antica sapienza autoctona, con miti e leggende che affondavano le radici nella notte dei tempi. Due forme di sapere che riuscirono a convivere e a confrontarsi, dando vita ad un miracoloso unicum nell’intera storia europea. Questo, dunque, il contesto che vede nascere la Navigatio. La tradizione manoscritta è cospicua: quasi 130 codici contenenti il testo latino, cui si aggiungono le traduzioni in vari vernacoli europei. I due manoscritti più antichi risalgono al X secolo e sono stati prodotti sul Continente. L’anonimo autore è un monaco, come dimostrano i riferimenti, nel testo, alla Bibbia e agli usi della vita cenobitica e l’ottima padronanza del latino. Sicuramente era irlandese: lo suggeriscono l’utilizzo di dettagli genealogici e topografici tipici della letteratura ibernica, una sintassi che ricalca quella dell’irlandese antico e la presenza di parole derivate dall’idioma parlato sull’isola. Probabilmente era un isolano emigrato per seguire la vocazione all’evangelizzazione o per sfuggire – se l’accenno alle persecuzioni nell’ultimo capitolo si riferisce alle scorrerie barbariche – alle invasioni vichinghe. Il testo, dunque, fu composto tra la metà dell’VIII e la metà del IX secolo dopo Cristo. Il fascino dell’opera risiede nel fatto che presenta molti tratti in comune con le narrazioni di viaggi di carattere rituale diffuse nella letteratura antica (Eneide, Epopea di Gilgamesh), ovvero coi resoconti di viaggi iniziatici che portano un eletto o un gruppo di eletti a contatto con il mondo dei morti. La struttura richiama quella di un labirinto, con la progressiva presa di coscienza da parte dei protagonisti dell’avvicinamento alla morte. La conferma del carattere iniziatico del viaggio è data innanzitutto dal suo carattere segreto: l’esistenza della Terra promessa è rivelata da un altro abate che, a sua volta, ne ha ricevuto notizia da un suo discepolo. Poi, il fatto che Brandano non parta senza aver prima ricevuto la benedizione di un santo. Ancora, la scelta di un numero fisso di compagni. L’evidenza di un viaggio irto di difficoltà che per essere superate richiedono continui appelli alla fortezza, alla perseveranza, alla fede, alla preghiera e al digiuno. Infine, il fatto che tali difficoltà impongano prove che donano ai monaci conoscenze utili a risolvere problemi successivi. Infine, la fitta simbologia numerica di cui è costellato il testo: i numeri ricorrenti sono il 3 (che rappresenta la Trinità), il 7 (i giorni della Creazione), il 40 (i giorni di digiuno quaresimale) e il 50 (il lasso di tempo che separa la Pasqua dalla Pentecoste). La figura di Brandano offre numerosi livelli di interpretazione. La si può infatti intendere come quella di un monaco che si abbandona alla Provvidenza divina spinto dalla curiosità di vedere il Paradiso. Oppure si può poi cogliere nella narrazione il semplice resoconto di un viaggio. Forse però la chiave migliore è leggere Brandano come un eroe temerario, in questo molto moderno, che sfidando le forze della natura giunge a lambire i misteri della conoscenza. E in questo, novello Ulisse spintosi oltre le colonne d’Ercole, fa parte della lunga schiera composta da Gilgamesh, Faust, Gavain o Galahad, Perceval e da ultimo dall’Hans Castorp della Montagna Incantata di Thomas Mann. Tutto questo sullo sfondo del blu infinito dell’Oceano, in mezzo ad avventure sbalorditive e belve mitologiche che sembrano uscite proprio dalle pagine miniate di uno dei tanti manoscritti prodotti negli scriptoria dei monasteri medievali, sta a ricordarci che in fondo le risposte che cerchiamo sono sempre le stesse.

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