Oltre la Destra, oltre la Sinistra, per ritrovare l’equilibrio perduto. Alberto Rosselli intervista il filosofo francese Alain De Benoist.

Alain de Benoist.

 Storia e verità. Professor De Benoist, lei dice che la politica è l’arte del possibile, ma che la società va presa per ciò che rappresenta e soprattutto per fare progetti economici e politici basati sulla realtà, con scelte di ‘buon senso’. Che cosa intende? La ‘modernità’, anzi il modernismo, schiaccia la ‘ragionevolezza’?

“La politica è la storia nel suo farsi, quindi è l’arte del possibile. Ho insistito su questo punto perché molti, che vogliono far politica, la fanno senza coglierne l’essenza o la natura, finendo in quel che Julien Freund chiamava l’’impolitico’. Ciò accade quando si considera la politica non come riferita a se stessa, ai suoi principi tipici, ma la si riconduce all’estetica, alla morale o all’etica, all’economia, alla tecnica, ecc. Altra forma d’’impolitica’ è porre problemi politici in modo che non siano risolvibili, come in ogni forma di ‘restaurazionismo’, cioè opponendo al mondo com’è questa o quella forma del passato, col pretesto che ‘meglio prima’. E’ l’immediata autocondanna al fallimento. Ma riconoscere nella politica l’arte del possibile non è certo accettare ogni cosa solo perché essa esiste. Se la storia è aperta per definizione, il cambiamento è sempre possibile. Spesso ho criticato la società moderna e la modernità, ma l’ho sempre fatto cercando nel mondo attuale – non in un passato più o meno mitico o idealizzato – quel che si poteva opporre ai ‘grandi racconti latori di modernità, grandi racconti ora per lo più in disgregazione. Penso in particolare all’ideologia del progresso, che vede il futuro comunque migliore, dove ogni novità vale appunto perché nuova. Questo tipo di credenza oggi tende a disgregarsi, forse perché le persone ricorrono ancora al ‘buon senso’ cioè al senso comune. Ieri l’avvenire era spesso colto come annuncio dei ‘domani che cantano’. Oggi pare invece motivo di inquietudine, minaccioso”.

Storia Verità. E’ possibile un uso ragionevole della tecnologia nell’ambito di progetti per costruire società produttive e sistemi gestionali (politici) più giusti o teme che il predominio della tecnologia e della tecnocrazia abbia già minato i rapporti tra l’uomo e la realtà naturale e sociale? Il superamento (negativo e ineluttabile) della politica da parte della tecnologia è già realtà? Se sì, vede rimedi?

“Il problema della tecnica moderna non è l’’uso’. Credere la tecnica solo un insieme di mezzi per realizzar progetti significa giudicarla neutra, «buona» o «cattiva» a secondo di chi vi ricorre. Una diffusissima credenza che è solo un mito liberale. Prima caratteristica della tecnologia è invece che nessuno può illudersi di controllarla: essa si sviluppa da sé in base al semplicissimo principio che il possibile sarà realizzato. Solo la fattibilità determina il ricorso alla tecnica e il suo orientarsi. Politici e “autorità morali” non riescono a capirlo, perché sono sempre in ritardo rispetto ai progressi tecnici – si vedano le discussioni sulla clonazione. La tecnica è un modo d’imporre la ragione al mondo – il Gestell di Heidegger – senza limiti. Come il Capitale, essa mira subito all’illimitato.

Limitandoci al secolo scorso, è chiaro che i fattori tecnologici (auto, aereo, radio, telefono, tv, contraccettivi, Internet, ecc.) hanno cambiato la vita quotidiana più degli altri. Nessun regime politico ha avuto lo stesso effetto. Parallelamente, la tecnica pare ’neutra’, perché s’è diffusa l’idea che ogni problema politico e sociale abbia sempre una soluzione ‘oggettiva’, cioè tecnica, che è anche la sola possibile. Perciò le istanze politiche tradizionali si sono spesso trasformate in tecno-burocrazie o semplicemente in espertocrazie. In tal senso l’invasione della politica da parte della tecnica corrisponde perfettamente all’ondata delle ‘neutralizzazioni’ che Carl Schmitt aveva visto come derivate dal liberalismo, dottrina per la quale anche lo Stato dovrebbe esser ‘neutro’ in tema di valori, lasciando ai cittadini le opinioni più varie in merito nella sfera privata. Schmitt aggiungeva giustamente che a minacciare di più la politica era ormai la doppia polarità della morale (l’ideologia dei diritti dell’uomo) e dell’economia (il mercato). Ma non credo che la tecnologia possa superare la (imporsi alla) politica. La politica risulta dalla stessa diversità umana e dal pluralismo, intrinsecamente conflittuale, delle aspirazioni umane generate da tale diversità. L’ascesa della tecnologia ha il solo effetto d’espellere il politico da certe istanze e farle riapparire altrove, là dove la decisione è pur sempre necessaria”.

Storia Verità. Allo sviluppo industriale e al dilemma relativo agli equilibri non solo ecologici, lei oppone la ‘decrescita dello sviluppo’. Come realizzarla?

“La teoria della decrescita parte dalla semplice constatazione che la crescita infinita in un mondo finito è impossibile. Nessuno può vivere eternamente a credito su un capitale non riproducibile. Ogni teoria di crescita ragiona come se le riserve naturali non s’esaurissero, il che non è. Anche la biosfera ha limiti. Oggi si sa che le riserve energetiche declinano. E che il clima cambia. Il saccheggio del pianeta rischia di diventare irreversibile. L’idea di decrescita s’è diffusa fra gli ecologisti quando s’è visto che occorreva rivedere il concetto di sviluppo, perché l’attività economica e industriale era la prima causa d’inquinamento. Essa è nata anche da una reazione contro la teoria dello ‘sviluppo durevole’, convinta di conciliare ansie ecologiche e principi dell’economia di mercato, mentre offre solo una dilazione alle scadenze. Scientificamente, il primo grande teorico della decrescita è stato l’economista romeno Nicolae Georgescu-Roegen. Basandosi essenzialmente sul secondo principio della termodinamica, la legge dell’entropia, ha colto nella decrescita l’inevitabile esito dei limiti imposti dalla natura. Considerare tali limiti induce a dire ‘basta’, anziché ancora!”.

Storia Verità. Davanti alla crisi del modello di sviluppo (economico, ma anche culturale) occidentale, l’unico rimasto in piedi dopo il 1989, gli equilibri mondiali, sembrano degenerati. I concetti di diritto, eguaglianza e progresso hanno perso la carica etica, trasformandosi in metodi di gestione dell’economia: criteri comunque inidonei a fronteggiare i nuovi problemi. Carenza culturale o filosofica? Incapacità di utilizzare la conoscenza tecnologica e scientifica nel modo più opportuno?

“Non parlerei di carenza culturale o filosofica. L’universalizzazione è l’esito dell’ideologia della modernità. Il maggior disagio del mondo attuale sta nella cosiddetta scomparsa dei punti di riferimento. Orientata al futuro, la modernità ha aderito all’idea che l’umanità fosse fondamentalmente una; come tale, era destinata a evolversi da uno stadio all’altro, nella stessa direzione. Cioè il vasto movimento della modernità è derivato dall’ideologia dello Stesso, dall’idea, espressa in modi diversi, che le differenze fra uomini siano contingenti e transitorie. Così c’è stata la progressiva ascesa di un fenomèno, oggi al culmine, d’indistinzione, tradottosi in una forte erosione delle identità individuali e collettive. Le rivendicazioni identitarie fiorite un po’ ovunque – raccolte attorno a identità oggettive o soggettive, reali o sognate – sono chiara reazione alla scomparsa dei punti di riferimento: sono uno dei tratti principali del nostro tempo (s’è rivendicata la libertà, poi l’uguaglianza, poi l’identità) e insieme confermano la realtà paradossale che ci si interroga su un’identità solo quando minacciata o estinta”.

Storia Verità. Lei sostiene che, per quanto concerne la produttività e la soddisfazione dei bisogni, l’uomo (e le nazioni) debbano modificare i loro traguardi e le loro ambizioni, accontentandosi. L’appello ‘torniamo al buon senso’ sarà ascoltato dal mondo industriale, finanziario e bancario e da nazioni, come la Cina, che proprio nell’industrializzazione selvaggia cercano il futuro?

“Si parlava ora dell’idea di decrescita. Essa implica una radicale trasformazione del modo di vivere. Da tal punto di vista resta molto da fare e una certa confusione regna ancora sulle modalità d’una possibile decrescita, di una ‘decrescita sostenibile’ –, che non è il tornar indietro o, peggio, la fine della storia. Lavorare a una decrescita sostenibile non significa porre un termine all’esistenza socio-storica. Inoltre la decrescita non può applicarsi uniformemente in ogni settore e in ogni paese. Infine, con la decrescita non di deve fermare tutto, ma mettere su altri binari una macchina ora dedita a una folle corsa in avanti, prima di freno e retromarcia, e ignara della destinazione. Vista la distribuzione attuale delle preferenze, una politica economica basata solo su una forte riduzione dei consumi creerebbe una forte diminuzione della domanda globale, dunque un forte aumento della disoccupazione. Anche la maggior parte delle previdenze sociali sarebbe colpita. Occorre dunque puntare su una distribuzione differente delle preferenze, perché decrescita delle quantità fisiche prodotte non significhi diminuzione del valore della produzione. Fra le piste concrete da esplorare, c’è innanzitutto la lotta contro lo spreco (fra le sue cause, l’obsolescenza programmata dei prodotti), l’installazione di comunità autonome per quanto possibile autosufficienti, e soprattutto rimettersi a produrre il più vicino possibile ai luoghi di consumo (anziché vendere, per esempio, in Polonia pesce pescato in Olanda e pulito in Marocco). Beninteso ci vorrà tempo perché s’imponga l’idea di decrescita. Ora il lavoro più urgente deve avvenire nel campo delle idee. Come ha detto spesso Serge Latouche, l’immaginario va decolonizzato, abituando i contemporanei a relativizzare l’importanza dell’economia e a non permetter più che valori mercantili governino integralmente il sistema di desideri e bisogni. Secondo Latouche, ‘per concepire la società della serena decrescita e accedervi, occorre letteralmente uscire dall’economia. Dunque ridiscuterne la dominazione sul resto della vita, in teoria e in pratica, ma soprattutto nelle teste’. La decolonizzazione dell’immaginario simbolico implica un enorme lavoro pedagogico. Le preoccupazioni ecologiche toccano ormai un pubblico sempre più largo. Resta da far capire che mancherà una risposta soddisfacente finché le fondamenta della società occidentale attuale non saranno messo in  questione”.

6) Storia Verità. Lei condanna l’antropologia individualista liberale (occidentale), opponendole una concezione dell’identità e dell’individuo basata sulla culturacomunitaria e sul riconoscimento reciproco delle differenze. Democrazia partecipativa (primato del dato politico-sociale su quello economico), identità collettive, differenzialismo,comunitarismo, e federalismo, sussidiarietà (non assistenzialismo), rispetto dell’ambiente, sembrano antidoti alla dittatura di un modernismo industriale e sociale che in realtà non esisterebbe, perché siamo in un’epoca post industriale. E’ così? Se lo è, questo è un pensiero di destra o di sinistra, posto che abbiano ancora senso queste categorie?

Lei ha riassunto benissimo le mie posizioni. Sono di destra o sinistra? Le definirei di destra e sinistra. Storicamente parlando, la destra ha avuto ragione d’opporsi alla filosofia dei Lumi, con la sua tendenza intrinseca all’egualitarismo e all’universalismo politico, ma la sinistra ha avuto ragione opponendosi ai nazionalismi aggressivi e allo sfruttamento della forza-lavoro degli operai. Nel XX secolo, l’identità di classe attorno al movimento operaio equivale al rifiuto dell’individualismo e dell’egoismo predatorio. Molti equivoci sono connessi alla traiettoria politica dell’ideologia liberale, che all’inizio pare nettamente a sinistra, come erede diretta della filosofia dei Lumi, ma che poi s’è spostata continuamente a destra. Il crollo del sistema sovietico ha del resto segnato una svolta importantissima. Mentre sempre più la destra s’identifica oggi col sistema del denaro, è la sinistra a mettere in causa l’ossessione dell’economie e a proclamare più volentieri che ‘il mondo non è merce. L’ecologismo politico è di per sé molto rappresentativo di tali contraddizioni: intrinsecamente conservatore, perché lotta per conservare un quadro di vita minacciato dalla logica del profitto, è anche eminentemente rivoluzionario, perché ha fatto passare tale conservazione per la ridiscussione radicale delle fondamenta della società attuale. Esempi sufficienti per mostrare che la dicotomia destra-sinistra è oggi largamente divenuta obsoleta. In ogni epoca ci sono state troppe destre differenti e sinistre differenti per ricondurle in modo convincente a un idealtipo, tanto più che chi si dice di destra o di sinistra, dà generalmente di tali termini una definizione puramente soggettiva. Ciò non significa anche che le parole ‘di destra’ e ‘di sinistra’ siano ormai senza significato, ma solo che il loro significato è evanescente. Se oggi qualcuno mi dice d’essere di destra o di sinistra, non so quel che pensi dei problemi che abbiamo d fronte. Così preferisco pormi rispetto ai problemi che alle parole vuote”.

7) Storia Verità. Indebolimento e invecchiamento del pensiero liberista e morte di quello marxista hanno lasciato l’Europa nuda, senz’anima e orfana di rivalità ideologiche tragiche, ma stimolanti. Non solo. Alla tradizione, intesa come retaggio delle antiche culture greco-romane e di quella germanica, sembra essersi sostituito l’oblio politico, la trascuratezza del reale e quella del vecchio ‘buon senso’ (lo dimostra l’inconsistenza, politica appunto, della Ue). Tramonto dell’Occidente? O c’è ancora speranza?

“Ottimismo e pessimismo sono innanzitutto lati del carattere. ‘Pessimismo della ragione (o della conoscenza), ottimismo della volontà’, diceva Gramsci. Si potrebbe dire anche il contrario. Credere che le cose andranno meglio o peggio è credere che tutto sia prestabilito. Non lo è. Ciò che è accaduto sulla Terra da un secolo non era stato previsto. In tal senso la storia è sempre aperta – il che non significa che tutto sia possibile in ogni istante, ma solo che non c’è uno ‘stato socio-storico’ definitivo. Oggi viviamo un’’epoca di bassa marea’, come diceva Cornelius Castoriadis. Non sarà sempre così. Ci si deve sforzare di non vivere nel segno della fatalità. Lei parla di ‘morte del pensiero marxista’ e d’’indebolimento e invecchiamento del pensiero liberista’. Dubito che il pensiero marxista sia morto (morti sono approcci e interpretazioni dogmatiche del marxismo) e ancor più che lo sia il  pensiero liberale. Oggi il mondo non vive nel ‘vuoto’. E’ governato dai mercati finanziari, sottomesso interamente all’assomatica dell’interesse, è dominato dall’ideologia dei diritti dell’uomo, ecc. Certo, questo sistema è fragile e la globalizzazione lo rende ancor più fragile, ma per adesso resta il sistema dominante. Nel mondo globalizzato, l’Europa non trova il suo posto. Paralizzata, impotente, non sa più ciò che vuole, perché ha perso l’abitudine a volere e non vuole più assumere il suo essere. Rimembrare nostalgicamente i periodi di grandezza, coltivare il ricordo delle imprese è un lavoro di memoria forse utile, ma non un programma. Se la politica è l’arte del possibile, vanno cercati i mezzi per tornare a essere un modello autonomo di cultura e civiltà, oltre che uno dei poli che regolano la globalizzazione in un mondo multipolare. Così l’Europa potrà restar fedele alla sua vocazione.

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