DARFUR SCHIAVITU’ SANGUE E ORO NERO

Prosegue nel Sudan occidentale la politica di “arabizzazione” forzata decisa da Khartoum. Le cause: odio etnico-religioso e corsa ai pozzi petroliferi. Mentre la Cina è sempre più vicina.

 

di Bruno Pampaloni

 

Nel febbraio del 1807 il Parlamento britannico approvò lo Slave Trade Act, il documento ufficiale che sancì l’abolizione della tratta degli schiavi. Eppure, trascorsi ormai duecento anni da allora, proprio dalla Camera dei Lord si ascoltano ancora una volta voci di condanna contro quella pratica disumana. A tutto oggi, infatti, più di ventisette  milioni di individui vengono sottoposti a ogni forma di violenza e sopraffazione o costretti in schiavitù. A rendere più stringente il monito inglese, sempre da Londra si segnala l’uscita del libro di Caroline Cox e John Marks  (This Immoral Trade. Slavery in 21st, Monarch Books, Oxford), che raccoglie le dirette testimonianze di uomini e donne vittime in tutto il mondo di prevaricazioni, soprusi e arbitri. Un autentico viaggio nell’inferno dei vivi. Non è questa la sede per dare ampio conto dell’analisi dei due autori, ma da essa emerge chiaramente come il Sudan confermi il suo triste primato di efferatezze fra tutti i paesi che conculcano i diritti umani dei propri cittadini. In quel lontano stato africano, infatti, ogni sorta di orrore è stato perpetrato da quando, nel 1989, con un colpo di Stato, il Fronte Nazionale Islamico (NIF) ha preso il potere e dichiarato il Jihad contro chi si opponeva alla già esistente legge coranica. Le forze armate sono state così autorizzate ad eliminare fisicamente nella regione del Sud Sudan tutti i soggetti “ribelli”, cristiani e animisti.  In realtà si è trattato di una politica di arabizzazione forzata, che continua oggi nel Darfur anche contro le etnie autoctone islamiche e senza il minimo cenno di interesse da parte delle ormai tristemente note “anime belle” del pacifismo mondiale. A rendere ancora più complicata la situazione è stata la scoperta nel 1996 di giacimenti petroliferi, che ha trasformato le azioni repressive di Khartoum in una guerra di sterminio non più motivata dal solo odio etnico-religioso. Il punto – come ormai accade sempre più spesso, soprattutto in Italia – è che i pacifisti “senza se e senza ma” sono costretti ad “ignorare” quanto accade in Sudan (e in molte altre regioni del mondo contro le minoranze non islamiche) per non minare alla base l’esistenza stessa di quella grottesca coalizione tra movimenti per la pace e islamisti, concretizzatasi nel bastione mediatico dell’Iraq. In un recente comunicato del 7 dicembre 2006, Amnesty International segnala che “lo stupro e la violenza sessuale, nei confronti di donne e bambine sono un’arma di guerra usata quotidianamente nella regione sudanese del Darfur… Le pattuglie dell’Amis (la Missione dell’Unione africana in Sudan), che avevano il compito di proteggere i civili all’uscita dai campi profughi, sono state rimosse in diverse parti della regione, lasciando le famiglie di fronte a una scelta impossibile: mandare fuori dai campi padri e figli col rischio che vengano uccisi, o madri e figlie col rischio che siano aggredite e violentate”. Nel 1999, secondo un rapporto dell’allora  vice Segretario di Stato americano per gli Affari Africani, Susan Rice, incaricato di investigare per conto dell’ONU e della presidenza degli Stati Uniti, il governo di Khartoum, “con il preciso scopo di eliminare tutta la popolazione del sud” aveva sottratto alla minoranza nera “mezzi agricoli, sementi e bestiame, costringendola alla fame […]”.  Il rapporto Rice continuava aggiungendo che “nelle campagne, speciali nuclei dell’esercito islamico” avevano rimodellato “con la forza l’identità religiosa dei nubiane (popolazione nera del Darfur), incarcerato e poi venduto come schiavi migliaia di neri in Arabia e in altri emirati della penisola”. Sembra però che, verso la fine del secondo mandato Clinton, tale documento sia stato archiviato per esplicito ordine dell’allora presidente, poco incline a mettere il naso nelle faccende interne di un paese potenzialmente pericoloso come il Sudan. Tuttavia, nonostante il generale disinteresse da parte di buona fetta dell’opinione pubblica, Amnesty Intenational è, al contrario, da sempre molto attiva nel denunciare tutti i crimini commessi in quelle regioni, come la scandalosa tratta delle fanciulle nubiane tra i 15 e i 17 anni che, nel  2002, venivano vendute sul mercato internazionale degli schiavi ad un prezzo oscillante tra gli 80 e i 100 dollari.

Come accennato, il Jihad proclamato dal Fronte Nazionale Islamico si è esteso a macchia d’olio dal Sud Sudan al Darfur, dove, nel 2003, i Janjaweed (le milizie arabe pro governative), sostenute da reparti regolari, hanno iniziato una selvaggia repressione delle minoranze nere. Nel tentativo di fronteggiare le loro azioni di forza sono nati diversi eserciti di opposizione come il Sudan Liberation Army-Movement e il Justice and Equality Movement. Non è del tutto chiaro da dove provengano gli aiuti economici e militari ricevuti dai nuovi avversari di el Bashir. Forse dal Sudan people liberation army (il principale movimento armato indipendentista del Sud Sudan), che potrebbe ottenere da Khartoum condizioni di pace più favorevoli al tavolo dei negoziati. Il governo sudanese ha anche chiamato in causa le responsabilità dell’Eritrea e del Ciad. Asmara soffierebbe sul fuoco in seguito al perdurante stato di tensione tra i due paesi (le rispettive frontiere restano tuttora chiuse), mentre per N’Djamena si tratterebbe di solidarietà razziale, in quanto i rivoltosi del Darfur appartengono alla stessa etnia al potere in Ciad. Tuttavia gli aiuti militari ed economici non bastano a rendere le milizie antigovernative forti a sufficienza da difendere la popolazione civile. A peggiorare la situazione va aggiunto che i due movimenti ribelli si sono spesso fronteggiati armi in pugno per imporre il proprio controllo sul territorio e acquisire una posizione di forza in vista di futuri colloqui di pace. Anche se l’ONU ha imposto al governo sudanese l’embargo sulle armi e benché a partire dalla metà del 2004 sia presente sul posto un contingente dell’Unione Africana, le repressioni attuate dai gruppi  filo-governativi non sono cessate. Il 31 agosto 2006, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha infine approvato la Risoluzione n. 1706, che dispone l’invio di 17.500 caschi blu nel Darfur in appoggio alle forze AMIS, per cercare di porre un argine al conflitto. Gli ultimi dati, ancora parziali, sulle vittime causate dalla guerra forniti dalle Nazioni Unite appaiono impressionanti. Duecentomila morti, 250.000 profughi (quasi tutti nel vicino Ciad), 2,5 milioni di sfollati e un numero incalcolabile di casi di stupro, mutilazioni e torture. D’altra parte, l’uomo forte di Khartoum, Omar Hassan el Bashir, ha minacciato di espellere le forze dell’Unione africana e di contrapporsi se necessario con la forza ai reparti ONU qualora questi ultimi mettessero davvero piede in Sudan. Non solo. Anche se il procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI), Luis Moreno Ocampo, ha chiesto alla  corte stessa di emettere un mandato di comparizione contro Ahmed Haroun – già ministro degli Interni e attuale ministro degli Affari umanitari sudanese – e Ali Muhammad Abd-al Rahaman – comandante di una milizia janjaweed – il governo di Khartoum ha respinto al mittente la richiesta. Con la sua azione, l’alto magistrato argentino ha tuttavia sancito le responsabilità dei due leader sudanesi per crimini contro l’umanità (sulle loro teste gravano infatti 51 capi di accusa). Ma, oltre a ridurre grottescamente le cifre ONU sui massacri, il Sudan non appare intenzionato a riconoscere alla Corte penale internazionale l’autorità di “processare cittadini sudanesi per qualsiasi tipo di reato”. A questo proposito il ministro della Giustizia di Khartoum, Mohamed Ali Al Mardi, ha riferito che Abd-al Rahaman è già detenuto nelle patrie galere per crimini commessi nel Darfur. Ma la veridicità di tale affermazione risulta assai difficile da comprovare, tenuto conto dell’atteggiamento ostile del governo sudanese verso ogni forma di ingerenza esterna sul suo territorio. In questo stato di perdurante crisi internazionale, alcuni eventuali sviluppi potrebbero contribuire ad aggravare la situazione. Da un lato, se Omar el Bashir venisse eletto presidente di turno dell’Unione Africana, si creerebbe un serio “conflitto d’interessi” interno all’organizzazione.  Dall’altro, vanno segnalate le mire cinesi sul ricco territorio africano cosicché, allo stato dei fatti, non è improbabile immaginare una qualche forma di concreto sostegno da parte di Pechino al governo di Kartoum. Un sostegno che, a livello diplomatico, si è già concretizzato con l’astensione da parte di Pechino (ma anche da parte di Russia e Quasar) alla votazione della Risoluzione ONU 1706 e con gli intensi scambi avvenuti fra le delegazioni dei due paesi. Per evitare il completo isolamento internazionale e “comprare” l’appoggio cinese, Omar el Bashir potrebbe offrire al presidente Hu Jintao un pacchetto di allettanti concessioni per un più intenso sfruttamento dei giacimenti petroliferi sudanesi, che la compagnia di Pechino CNPC ha peraltro già cominciato ad utilizzare. Tuttavia, nonostante il controllo dell’oro nero del Darfur sia ormai diventato il fattore decisivo per comprendere le violenze perpetrate ai danni delle popolazioni autoctone, occorre ripetere che la discriminazione e la repressione contro i “ribelli” di questa disgraziata regione vengono attuate su precise basi etniche e religiose. Il primo fattore caratterizza da sempre la conflittualità inter tribale in molte regioni dell’Africa ed è ancora oggi all’origine di autentici genocidi, come accaduto non molto tempo fa in Ruanda. Si tratta di un’ostilità che si estrinseca in forme di saccheggio (si predano raccolti, bestiame, beni e persone) o in autentiche guerre di conquista per impadronirsi di pascoli, punti d’acqua e risorse naturali. Per quanto riguarda invece il fattore religioso sono gli stessi Caroline Cox e John Marks a metterci in guardia da un sua eccessiva sottovalutazione. Partecipando nei giorni scorsi ad un seminario di studi del Consiglio Nazionale delle Ricerche, dove hanno presentato la seconda edizione del libro The West, Islam and Islamism (The Institute for the Study of Civil Society, London 2007), i due autori hanno sostenuto che l’Occidente dovrebbe costringere l’Islam ad un dialogo franco e realistico. Alcuni eminenti personaggi del mondo islamico, infatti, con il loro agire confermano come il concetto di schiavitù sia ancora  ampiamente diffuso in quella cultura. Un esempio è dato dallo sceicco Saleh Al Fawzan, che ha realizzato un manuale religioso assai diffuso in Arabia Saudita e in altre regioni mussulmane. In esso si sostiene infatti che “la schiavitù è parte del Jihad e il Jihad rimarrà tutto il tempo in cui rimarrà l’Islam”.

Immagine tratta da:

http://johnfenzel.typepad.com/john_fenzels_blog/2007/05/trying_to_under.html

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